Prima che arrivi la sberla, raccolgo ricordi, che stanno appesi come i ciondoli del mio nuovo braccialetto, lo stesso visto in una vetrina di Mentone e ricevuto il giorno dopo, così, tanto per.

I pranzi conditi di rosè lungo le spiaggie della Costa Azzura, io che fra due mesi ci andrò ad abitare, e invece di pensare al mutuo impazzisco di gioia nell’immaginare piattitazzinetovagliettecazzate, o al fatto che il giardino è più grande della casa, o che mi sveglierò al mattino e cazzo, sarò in un posto dove tutti vorrebbero e che palle, life is beautiful.

Leggo lentamente, ho poco tempo e ho spesso sonno, sono pigra da quando sono arrivata qui, sono pigra e superficiale, l’unica cosa che è rimasta la stessa nella mia vita è una sana e sincera dedizione all’alcool, e difatti non vedo l’ora di prendere l’aperitivo, adesso, in quato giorno di riposo, e quante cose devono succedermi, e mi sento bella, sì, vaffanculo, proprio bella, soprattutto oggi, col mio vestitino e le ciabattine e gli occhialoni Chanel.

Mentre aspetto che le nuvole, come è ovvio, tornino, mangio con gusto tutto ciò che trovo. Leggo Larsson (quando finirò questa maledetta trilogia?), mi metto lo smalto, ascolto i Chemical Brothers perchè è estate e mi sento figa persino sulla Yaris, e quanto è bello fare l’amore.

Sole e vento, e io odio il vento.

Le notti di incubi mi lasciano sempre stanchissima, al mattino. La mia attività onirica è sempre stata particolarmente intensa, e spesso in negativo, ma non mi sono abituata mai fino in fondo a certi sogni.

Ormai è certo, il rapporto di coppia è il mio tormento. Sempre col sorriso, senza lasciar trapelare nulla, o quasi, vivo strazi senza fine. Avere una persona accanto è ansia, paura, attesa. Però sorrido, uh, come sorrido.

Tacchi alti e un po’ di tetta al vento, e ti rendi conto di essere osservata. E ti piace.

A cena coi miei, parlare di cose serie, del mio volare via, dell’età adulta.

La paura è per le prede, diceva Diego nell’Era glaciale, prima di imparare a nuotare. Infatti io mi tuffo in tutto, senza che gli altri se ne accorgano, e poi mi rompo sempre, e sempre ho paura, e che spettro è la solitudine. Però mi butto.

Lo so, lo so, non scrivo da un mese.

Tra le tante cose che ho smesso di fare, c’è anche questa. Il lavoro ha orari inconciliabili con la regolarotà, i miei tempi liberi sono occupati da incombenze quali la ceretta, fare la benzina al motorino, prendere un aperitivo.

Mi sono successe tante cose, ma in realtà poche. Sono uscita, mi sono sfidata, mi sono confrontata con realtà totalemnte estranee.

Un post ed un commento di una blogger mi hanno portata a scrivere nuovamente, perchè certe assonanze non possono non colpire. Siamo sopravvissute, siamo delle sopravvissute. Quando mi sento una principessa mi chiedo quando finirà questa sensazione, forse perchè la mia più lunga relazione, quella che mi ha marchiato un po’ (tanto) aveva in sè mille cose ma nulla di principesco. Nulla di…romantico, ora lo posso dire. E se il romanticismo esistesse veramente?

Alla fine mi prendo sempre, controvoglia ma mi prendo, e resto ad aspettare il giorno in cui il cuore si sbricilerà di nuovo, e intanto assaporo ogni cosa, con dentro l’ombra scura del presagio.

Siamo delle sopravvissute, e anche quando le cicatrici si riapriranno, o addirittura arriveranno nuovi tagli, sarò lì con l’ago in bocca e il filo alla mano per l’ennesima pezza. Quasi rido, pensando a come tutto questo non dovrebbe che dare gioia, ed invece per me è e sarà sempre sintomo di oscuri acadimenti. E a questo punto, non cambierà mai.

Vivere la vita appieno, per quanto si può, ma con una cassetta del pronto soccorso sempre alla mano. Impossibilità di felicità totale, ma va bene così, troverò nuove anestesie.

*Parental Advisory: post dai contenuti espliciti nel quale abbandono le vesti di contessina e dico parolacce. O parolaccIe?

Intanto, da quando scrivo con la tastiera francese tutti i giorni ho dei seri problemi oculistici e cognitivi, una volta tornata in terra natìa. E sto cominciando ad interrogarmi sul senso delle parole e sulla loro ortografia, mentre scrivo.

[ritrovarsi a chiedersi se l'aggettivo "dangeroso" esista in italiano è una merda, fidatevi]

Volevo lavorare, appena atrrivata qui. Mentre macinavo chilometri con i curricula in mano e lo sguardo speranzoso, non volevo altro che lavorare. Sognavo una vita di solo lavoro, anche in miniera, una vita in cui ogni mia energia fosse focalizzata sulla produttività. Niente sfizi, niente svaghi, dopo un 2008 disastroso. Un sano, hitleriano posto di lavoro era ciò che cercavo.

Ora ce l’ho. Non sano, ma hitleriano, nervoso e innervosente, stancante sia mentalmente che fisicamente.

Ora ce l’ho, e guarda un po’ cosa accade: i sentimenti. Adesso ci permettiamo anche, avuta la pagnotta, di desiderare dei sentimenti. O meglio, ciò che per me, purtroppo, troppo spesso è stato l’equivalente dei sentimenti: piacere a qualcuno, ma piacere tanto, ma tanto tanto.

[essere adorata, in realtà. Lui, a i tempi, aveva ben riassunto la cosa dicendomi che "l'amore che vuoi tu non esiste, al mondo"]

Ho incontrato qualcuno. E questo qualcuno mi piace tanto. Io mi innamoro sempre, alla fine, perchè voglio tutto, e subito, e pesto i piedi. Ovviamente, tutto questo accade dentro. Perchè fuori resto sempre la solita simpatica stronza gelida che mette le mani avanti e ride in faccia a chi le dice “ti penso”, e se non ride comunque non dice niente, perchè crede sempre non sia vero, mentre una voce, dentro, urla “Diotipregofachesiaverotipregotipregotipregoperchècazzoiolopensomerda”. Così quando poi ci rimango male per qualcosa, hanno pure il diritto di dire, gli stronzi “ma io non immaginavo, ma tu non mi hai mai fatto capire niente”. Eccerto.

Ora ho incontrato Uno, e ovviamente non me la vivo serenamente, nonostante sfoderi gran sorrisi e battute e faccia grandi flap flap di ciglia. Però che mi piace lo sa, anche perchè se me la devo prendere allegramente in qual posto, beh, almeno non rischio la frase di cui sopra. E perchè le strategie mi stancano. E perchè in amore e affini, forse, non esistono strategie. Ci sono solo due persone che si piacciono, o non si piacciono, o non si piacciono abbastanza. O uno dei due.

Ovviamente anche i propositi di duro lavoro e grandi risparmi sono sfumati, visto che giusto l’altro giorno, mentre ricompravo un paio di ballerine nere inspiegabilmente perse durante il trasloco (spesa legittima, dunque) non ho potuto fare a meno di pensare che ne volevo un paio viola. Mi correggo: che ne volevo anche un paio viola. E la borsa in coordinato. E sono tre giorni che piove, cazzo, e vado in giro con le scarpe da ginnastica.

[le Munich, cazzo, le Munich. Sì, mi sono comprata anche quelle, merda]

Qundo ero adolescente, mi chiedevo quando sarebbe arrivato quello che avrebbe capito che io ero poesia, e mi avrebbe amata per come ero.

Adesso, anche.

I baci che ho dato negli ultimi giorni mi fanno dubitare di riuscire a reggere la parte della santarellina che mi sono imposta, o che qualcuno ha voluto leggere in me.

In compenso, il lavoro mi sta portando sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Incubi in cui vengo sgridata a morte, giornate di nervosismo, sentendosi osservata continuamente, soppesata, valutatata, ascoltando in silenzio le parole orribili di persone su altre persone. Pensare di andare a lavoro ogni giorno con la paura che succeda qualcosa.

Ieri in pausa sono andata fino ad una terrazza sul mare, e ci è voluto un po’ perchè calmassi testa e cuore. Perchè mi sento sempre così…indefinita.

La palette Smoky Eyes Chanel è diventata mia, eh.

Sì, è vero, patiresti qualsiasi cosa piuttosto che provare quel la sensazione di respiro mozzato, di cuore preso a pugni che arriva quando a stare male sono loro. Quando questa mattina mi sono alzata, la mia caffettiera, quella piccina, quella con fantasia mucca pezzata, quella ridicola,non era pronta. E quest voleva dire una cosa sola, che la mamma non c’era.

Intanto sopporto la pioggia sull’Estremo Ponente e per colpa di qualcuna mi sono innamorata di Stieg Larsson e di Lisbeth Salander, e cerco di finire velocemente il libro del momento (Guance morbide, Natsuo Kirino) per avere diritto all’acquisto degli altri episodi. Intanto sopporto le avances del pasticciere diciannovenne, sostenendo dialoghi surreali del tipo: “Tu sei carina, io ti piaccio?”, ”Alex, tu hai 19 anni”, “Ma guarda che stavo con una di 28″, “Sì Alex, ma la cosa non mi tange”, “Ma guarda che mio padre ha incontrato mia madre quando lui aveva 18 anni e lei 30″, “…”. In fondo, significa che continuo a mantenere il mio appeal fresco e giovanile. Di conseguenza, comincio a temere che un trentenne a questa porta non busserà tanto facilmente. Ci sono giorni in cui invidio Anna Tatangelo.

Dove lavoro io adesso è molto, ma molto profit, ma da Milano la regia mi dice che ormai è profit pure il mio precedente lavoro.

Dove lavoro io adesso il capo è bello e stronzo, l’assistente è lo specchio del servilismo coi potenti e della brutalità coi sottoposti, dove lavoro io l’ammontare mensile pro capite delle mance è di gran lunga maggiore dell’importo di una pensione di invalidità civile italiana.

Dove lavoro io lo so che è immorale, ma dove lavoro io dà da mangiare a trentacinquemila persone e ad una regione intera, e non si sputa sul, eccetera eccetera.

Ieri poi ho pianto per la prima volta dopo un sacco di tempo, perchè mio papà non stava bene, e l’ho visto per la prima volta fragilissimo, un bambolotto di carta, ed ero in macchina coi Depeche Mode (certo che pure io) e non ce l’ho fatta, ed è stata la prima volta della mia vita che piangevo per questa cosa, cioè per la salute paterna, è come se fosse stato uno sblocco, finalmente.

Continuo a leggere la Nemirovskij in francese, è il turno di David Golder, ma grandi novità attendono i nostri schermi.

Ho iniziato a lavorare da una settimana ed è così finito quel dolce periodo di disoccupazione, durato venti giorni, durante i quali avevo ripreso con successo la mia carriera di affermata spettatrice di orrori televisivi, da sempre contraltare assai degno alle mie letture.

[Ah beh, se lo dice Veronica, che legge l'elenco telefonico e dice "Bello!", disse un giorno un amico della vita milanese]

Il primo giorno di lavoro è stato massacrante, mi sono messa a piangere appena seduta in macchina, con la Mater che rincuorava guidando e la Zia che carezzava dal sedile dietro. Giorno dopo giorno le cose sono andate meglio, mio padre è andato in pensione e ha solennemente proclamato, col consueto aulico linguaggio: “Ti vengo a prendere io a mezzanotte, chè non ho un c***o da fare”. Babbino mio.

Per San Valentino ho lavorato, ed è stato un bene, anche perchè l’unico regalo ricevuto è stata una palette della nuova collezione Chanel dalla Zia, che me lo ha porto dicendo che visto che non hai un uomo…

Il mio cuore è chiuso, lo sento arido come non mai. Sono vanesia e superficiale, getto occhiate ai manzi circolanti in albergo, e nulla più. Non ho il coraggio di ammettere, di farmi avanti, desidero e temo al tempo stesso. Non so più da quanto un uomo non viene a prendermi sotto casa per portarmi fuori, non so da quanto non do un bacio, un bacio vero, un bacio bello.

La mia uniforme è molto elegante.

I disturbi gastrointestinali da nervosismo si sono sprecati, senza neppure donarmi la tanto agognata pancia piatta (sempre quella strana legge per la quale quando inizi a prendere la pillola, invece di guadagnare una taglia di seno ti cresce il culo), e insieme a loro le insonnie, resistenti ad ogni erba esistente in natura che si possa bere in infusione. A me, poi, che ho sempre dormito come un sasso, che anche dopo il peggiore attacco di panico, preso il medicamento e sparito l’acciacco, crollavo sul cuscino come un bebé, famosa in tutte le case in cui ho abitato perchè non sentivo le sveglie (e ci tengo a precisare questo plurale), fino a che il coinquilino della stanza accanto non si alzava incarognito a spegnermele e a svegliarmi.

Come volevasi dimostrare, ho abbandonato Infinite Jest. Geniale, labirintico, folle, affascinante ma…insopportabile. Non saprei come altro spiegare la sensazione che mi pervadeva nel leggerlo, un emisfero del mio sciocco cervello che si complimentava con DFW, l’altro che lo malediceva per l’eternità, un occhio alla pagina e uno all’infinito spessore della barzelletta infinita.

Leggo Nothomb e Nemirovsky in francese, e questa la dico solo per fare la figaradicalchic, e solo qui la posso dire, chè al borgo natìo di certe cose è meglio tacere.

Parto di casa con l’idea di un analcolico alla frutta come aperitivo, e poi immancabilmente ordino un rosso. Tralascio della sera in cui ho optato per il perroquet* (sempre per quell’altra legge, quella per cui a diciotto anni ne reggi sei, a ventisei passati il secondo scatena la punizione divina per la tua adolescenza etilica).

Ho trovato lavoro, e inizio martedì. E sono felice, ve l’avevo detto nel titolo, no?

*aperitivo tipico dell’estremo Ponente ligure, ereditato dalla vicina Cote, consistente in una parte di pastis, cioè anice a novecentomila gradi, e una  di sciroppo alla menta, da allungare con acqua.

Mi duole ammetterlo, ma sono felice.

Faccio colloqui (allora il mio cv non è una immonda pagliacciata!), sono socievole, ho finalmente trovato il coraggio di iniziare Infinite Jest. Prendo l’aperitivo, bevo caffè, ho ricevuto in dono dalla Zia un paio di orecchini di perle, perchè devi cominciare a metterti un po’ da donna, eh. Sono andata a comprare un paio di pantaloni eleganti. Mioddio. Non vedo l’ora di avere di nuovo uno stipendio, perchè da quando ho deciso di mettere le mutande di latta dovrò pure in qualche modo sublimare la mancanza di maschi con qualche vizio. Non che prima, eh (nel senso: non che prima ci fossero frotte di rugbisti, non che prima non mi viziassi).

Ho visto Sette anime e Italians nel piccolo cinema del borgo natìo, e mi piace la dimensione Monopoli che in questo periodo ha preso la mia esistenza: abito in un posto dove in uno stesso colpo d’occhio puoi vedere il Municipio, la Piazza del Comune, il Bar Sport (il Bar Sport, capito? il Bar Sport!), la posta e quasi anche la Stazione. E tutto ciò mi protegge un sacco.

Basta solo che arrivi il primo stipendio, in modo da avere quel po’ di argent per scappare, ogni tanto, dai Giardini della Vittoria. E poi vabbè, sì, voglio una LV, che male c’è?

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