Mesi di coscienziosa autogestione, mesi di riflessioni, mesi di lavorìo interno, incessante…e poi un momento di spaesamento, in cui mi sono sentita abbandonata, sola al mondo, mi è bastato per sentirmi, questa mattina, dopo una notte d’inferno, come se tutto fosse stato bruciato, come se in realtà non servissero a niente, perchè tanto io sono quella che sono, non cambierò mai, e mi porterò dietro le mie pazzie per tutta la vita.
Ho il cuore a pezzi.
Che dico a pezzi, in frantumi, sbriciolato.
Questo fine settimana ho stupito tutti con la mia immotivata felicità. Sono tornata a casa dopo un pomeriggio di caffè e libri, con una che se ne intende, e la C.I. studiava con un amico per il famigerato esame di stato (ella è Ingegneressa delle Telecomunicazioni, e, come è ovvio, la mente pragmatica della casa, Colei che conosce i Misteri dell’Ottimizzazione degli spazi siderali dei nostri armadi nonchè Colei che Mi Riporta sulla Retta Via), stupendo tutti per il mio “Buongiornooo!” sorridente (“Quando sei triste mi fai paura, quando sei allegra ancor di più” e “Approfitta di questo inusitato momento di grazia”, cito testualmente lui e Lei). Serata fra Roialto e Rocket, momenti di confusione e stranezze e voglie e indicibili dolcezze, la musica stramba del locale e il cervello un po’ in acqua e frasi che ho portato dentro per tutto il giorno dopo, e che per un attimo mi hanno fatto schiudere il cuore, sigillato da mesi, impermeabile a tutto, in un estremo tentativo di salvezza che non so se essere giusto, probabilmente no, e sarebbe l’ennesimo dei miei errori…ma la perfezione che inseguo da sempre, dall’infanzia, in tutte le cose, non esiste, non la si raggiunge, ormai ne sono certa, e allora tanto vale, certe volte, andare a tentoni.
Estremamente commozionabile, in questi giorni. Tant’è che mi sono quasi venute le lacrime agli occhi, quando l’autobus su cui viaggiavo, passando su una pozzanghera, ha sollevato col parafanghi un’ondata d’acqua, e mi è venuta in mente quando papà lo faceva di proposito (dopo essersi assicurato che non ci fosse nessuno in giro!), per far ridere una me quattrenne, quando pioveva, quando il borgo natìo entrava in quella stagione in cui ogni giorno è un giorno di pioggia.
E tutto questo, mentre che ne sarà di me?
Fine settimana a casa. Fine settimana di risate e uscite, ma anche di sensazione di solitudine, come se, per quanto io ami la mia famiglia, per quanto il mare al di là del mio terrazzo mi abbia cullata fin dalla nascita, casa ormai fosse altrove, un altrove che, per adesso, è qui. E di conseguenza non lì, dove sono nata. Sarà che mi sono contenuta con l’alcool.
Settimana ripresa a pieno ritmo, tra un convegno sui lasciti testamentari (vecchie cariatidi e una mia collega vestita color viola-interno-di-bara, tanto per essere propiziatoria), organizzazione all’ultimo minuto per la formazione dei nuovi gggiovani in Servizio Civile e un milione di altre cose.
Si legge C. S. Lewis, Levi (Primo), Yoshimoto (ancora), mentre fuori imperversa la tempesta, e certe volte anche dentro.
Sono single da meno di un mese e già oscillo fra il godimento di questa mia solitudine e tutti i diritti e le libertà che essa mi concede, e la sottile malinconia che questo status mi provoca.
Come una vera depressa, ho speso cifre scellerate in shopping. Come una vera affamata, spero nell’incontro dell’uomo nuovo. O almeno di un dottor Bollore, così, temporaneo, tanto per fare.
Ieri sera, prima del terzo (!) film di Franco Battiato, Niente è come sembra, appunto.
Pensavo di collassare causa attacco di narcolessia al terzo minuto, e invece…e invece, molto meglio di Musikanten, per quanto mi riguarda, forse perchè, per quanto non sia un capolavoro, la tematica principale, l’ateismo e il materialismo contro la spiritualità, mi interessa certo di più di Beethoven. Ovviamente, solito cast e solite guest star (la Bergamasco, Jodorowskij, Camisasca etc.), insomma, la “ghenga” al completo. E ieri sera ero con Lui, che neppure sospetta, forse, quanto sia, nonostante tutto e tutti gli avvenimenti di questo mondo e tutti gli stati d’animo che potremmo mai attraversare, importante, vitale per me.
Felice dunque di averlo visto, nonostante questa uscita mi sia costata la seconda ed ultima parte della fiction su Rino Gaetano, non tanto per lo storico cantautore quanto per Santamaria, da anni sogno erotico di noi fanciulle, qui in casa.
E intanto, divoro Banana Yoshimoto. Anni fa mi era capitato tra le mani N.P., che avevo abbandonato e giudicato noioso, e che ho riletto invece quest’estate con grande piacere e stupore. Di conseguenza, divorato Kitchen, ora tocca a Tsougumi. Bellissimo il primo, appena iniziato ma già convincente il secondo.
E dire che la letteratura orientale / giapponese non aveva mai risvegliato il benchè minimo interesse per me. Forse è stato Murakami Haruki, forse il tempo, che ora è quello giusto, forse la mia completa dedizione alle letterature dell’Europa Orientale, forse altro, non so proprio, eppure ho davvero voglia di leggerne il più possibile.
E intanto, anche questa settimana è iniziata e sta scorrendo, e venerdì sera sarò al borgo natio a festeggiare i cinquant’anni della mia mamma, pensando ai miei già venticinque.
E intanto, sto imparando a non pormi domande, e a tenermi l’umore col quale mi sveglio al mattino, e a sorridermi appena posso.
Pistolettate agli autogrill e coinquiline sgozzate, ex premier che vabbè, manco sto a commentare, faide varie…la lettura dei quotidiani on line mi allieta, oggi come ieri, e come certamente farà domani.
Fuori il freddo punge e l’Earl Grey mi consola, mentre ripongo sulla mia Billy dell’Ikea Il giardino di cemento, finito da parecchie ore ormai e Diario di un dolore di C.S. Lewis, in elegante edizione Adelphi. Mc Ewan insuperabile, come (quasi) sempre, scrive una sua versione de Il signore delle mosche ancor più cruda, più sporca, metropolitana: due sorelle, una ragazzina sensuale e bellissima come solo certe fanciulle in fiore sanno essere, l’altra incolore come i suoi stessi tratti somatici e insapore, destinata allo sbiadito ruolo di pacificatrice familiare, in caso di bisogno; i loro due fratelli, uno, protagonista brufoloso e sporco, cattivo ed emarginato, cattivo perchè emarginato, l’altro, il piccino, intelligente e piagnucoloso, destinato alla regressione all’età neonatale per difendersi da una realtà stravolta e capovolta.
Ieri sera, in progetto c’era una festa di San Martino; in realtà, una bevuta alla Bodeguita, stranamente fuori zona.
Voglia di far niente. In attesa dell’accredito dello stipendio. Già fatte pulizie e lavatrici.
Sarà per questo che attaccherò la Yoshimoto.
Intanto ho capito perchè odio Izy Stevens. Perchè fa un sacco di cazzate, perchè vuole essere pensata senza dover pensare a nessuno, perchè è gelosa anche se non ne ha il diritto, perchè nasconde anche a se stessa l’esistenza del suo egoismo…a chi assomiglierà mai?
Poi, sono andata a tagliare il capello superfluo, rimodellando il mio caschetto à la Sienna Miller (se, se, come no…tra l’altro, mi sta pure sulle palle).
In terzo luogo, ho iniziato a leggere Il giardino di cemento, di Mc Ewan. Non è il suo primo romanzo che leggo, mi è sempre piaciuto moltissimo, ma questo è…fantastico. Purtroppo, la sua brevità mi fa ritenere che sarà divorato in un tempo troppo, troppo breve.
Il trailer de “La figlia di Elisa – Ritorno a Rivombrosa”, nonchè le continue repliche del suddetto, mi fanno desiderare che i Francesi arrivino presto e mettano a ferro e fuoco tutto il borgo.
Rivombrosa delenda est.
E stasera, piscina.
Ah, l’umore. Passabile, con punte di nervosismo, ma passabile. Oserei dire buono.
L’auto-presa per il culo è la migliore delle terapie.
Ascolto ossessivo-compulsivo di Cristina Donà e Radiohead, in questi giorni.
Questa sera ho ripreso ad andare in piscina, e, dopo un’ora abbondante di vasca, ho sciabattato tronfia verso le docce: il fisico ha retto alla lunga pausa estiva, la dieta è ufficialmente iniziata, ahimè, e seguire per un’ora la striscia nera sul fondo, sola, pensando a tutto e a niente, è una delle cose più rilassanti che esistano.
Per non parlare poi della tazza di latte fumante e orzo scolata al ritorno.
A “Ciao Darwin” (vi ho già detto che adoro la trash-tv? No? Adoro la trash-tv!) la Izzo, a capo delle Impegnate, sostiene che dopo le 20.00 tutte le donne sono Pupe.
Speriamo.