L'Ape e il Sogno

Leggendo "Kafka sulla spiaggia"…

Il tuo cuore assomiglia a un grande fiume ingrossato da lunghe piogge. Tutti i segnali stradali sono stati sommersi dalla corrente e trascinati in un luogo oscuro. Mentre la pioggia continua a cadere violenta sul fiume. Ogni volta che vedi ai notiziari immagini di inondazioni come questa, pensi: Ecco, dentro di me è esattamente così.

(Murakami Haruki)

Sì, parlo spesso di cuore. E ancor più spesso, talvolta senza volerlo, mi ritrovo a leggerne. Ma soprattutto me ne preoccupo.
Weekend molto, molto stancante: Leoncavallo, Rolling Stones, giornata a Monza, giri di vario tipo…mi trovo quasi a pensare che per fortuna domani è lunedì.
Pace, serenitàe affini: zero, chevvelodicoaffare?


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Succede…ma non basta.

Succedono cose, ogni giorno. Ma in quelle cose una giustizia, un senso, non li trovi. Non puoi trovarli, se provi solo per un attimo a metteti nei panni di una persona che si alza come ogni mattina, fa colazione, va a lavoro, anche se non si sente in gran forma, e tutto questo senza sapere che quello è il suo Ultimo Giorno.
Il tempo, i minuti scorrono, senza che nessuno possa spesso sapere che quelli sono proprio gli ultimi.
E quello che mi agghiaccia è che forse, ad un certo punto, ti rendi conto che lo sono, perchè stai male e la senti arrivare, la fine; ecco, non riesco ad immaginare terrore più puro.
Il nostro valore è pari allo zero, ne deduco, se basta un minuto a spazzarci via, come non fossimo mai stati qui, come se nessuno ci avesse voluti, come se quella famosa prima gara, quella che noi tutti abbiamo vinto, la più importante, fosse solo un’inutile stancarsi e affannarsi verso un altro abisso.
Quella di ieri sera è stata l’ennesima sera triste di questo 2008 che sembra portare, ogni giorno, un piccolo tormento, qualche rovello, un dramma inatteso.
Persone a me vicine vivono un periodo difficile, difficilissimo, ed ogni giorno qualche brutta notizia mi attende al varco.
Ieri sera, mentre cercavo di prendere sonno con la luce accesa, mentre pensavo a troppe cose, e troppo profonde per la mia piccola testa stupida, mi sono sentita totalmente, perfettamente inutile.

Sganciarsi da tutto, da ogni certezza.
Sganciarsi.

“Tra vent’anni non sarete delusi dalle cose che avete fatto ma da quello che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele.
Esplorate.
Sognate.
Scoprite.”
(Mark Twain)


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Pensiero sui treni, e, di riflesso, sui sette anni a Milano.

Dall’ufficio, in piena atmosfera “ultimogiornodiscuola”.
Ha comprato Vanity, che se anche non riesce e leggerlo oggi c’è il treno di domani, a darle tempo.
Sa che domani, alle 15.07, il suo piede CamperCalzato toccherà il suolo del borgo natìo, salvo imprevisti prevedibili targati Ferrovie dello Stato.
Soprattutto, sa che la sua guancia a quell’ora, o qualche minuto più tardi, toccherà quella della mamma, che la aspetta al binario; mezz’ora dopo, la guancia morbida, increspata dalle rughe, della nonna.
Le vacanze di Pasqua sono perfette: 5 giorni, in cui riassapori il tepore di casa, in cui coccoli e ti fai coccolare, e riparti appena prima che le tue radici ti soffochino.
Il viaggio in treno dura 4 ore; di volta in volta, sembra più lungo e pesante, soprattutto se sono già sette anni che percorri quella linea disastrata che da Milano, passando per Genova, ti porta in Liguria. Soprattutto se la tua meta è il confine. L’ultimo avamposto italiota prima del paese dei balocchi in cui in tanti cercano di convincerti a tornare.
Il viaggio, però, (e qui passiamo alla prima persona, con sdegno dei filologi, che la terza va bene un po’, ma poi fa tanto Giulio Cesare, Mussolini e Berlusconi) mi piace ancora. Nonostante i disagi, nonostante i costi sempre più alti e non compensati da servizi adeguati.
Il viaggio in sè.
Ricordo quando, diciannovenne, tornavo a casa con l’interregionale a quindicimila lire, munita di Carta Verde.
Ora i treni sono tutti Intercity Plus, dove Plus è un’aggiunta incomprensibile a quelli che sono i soliti rapidi, quelli che, diciannovenne, prendevo solo in estate.
Eh sì, perchè l’interregionale ci metteva quasi 5 ore, ed era senza aria condizionata, scomodo e sporco. Ma, appena arrivata a Milano, l’angoscia di spendere troppo mi prendeva, il pensiero di pesare sui miei era costante (mia mamma per anni mi ha urlato al telefono di comprami ’sto benedetto biglietto su un treno decente, di prendere il taxi se avevo bagagli, di comprami il pesce in pescheria, a qualunque prezzo, di prendermi quel che volevo da vestire…e varie amenità sul vivere bene e sulla qualità della vita).
L’Intercity costa il doppio, ha aria condizionata e riscaldamento, è un po’ più comodo e, ogni tanto, ma solo ogni tanto, non è proprio sporchissimo.
Il viaggio mi piace, dicevo, ancora adesso. Arrivo in Stazione Centrale, in moderato e motivato anticipo, con la mia valigia arancione; compro Repubblica, e tanto meglio se è venerdì; compro acqua, sigarette, bevo un caffè.
Domani, dopo aver fatto tutto questo, mi accomoderò al mio posto, accenderò l’I-pod, e leggerò Jonathan Safran Foer e le poesie armene di Mandel’stam finchè, dopo una certa galleria, il mare non mi esploderà davanti.


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VeroPensierino

Mi rendo conto, dando una scorsa al vecchio blog su Splinder e ai post che invece sono stati piazzati qui, che qua si è poco poco allegri.
Essì. Non che io fossi un cabarettista, nel vecchio blog.
Il fatto è che prendo davvero tutto con ironia, anche se dentro magari sto marcendo.
Solo che poi non lo scrivo.
Eppoi, son pure assai vezzosa, e neppure questo lo scrivo.
Ahia.
Urge inversione di tendenza?

Il fatto è che, proprio oggi sulla famigerata 90, filovia dal nome evocativo dei possibili incidenti che possono occorrere a fanciulle ignare nel qual caso si servano del suddetto mezzo a orari poco consoni, pensavo che la cosa che più amo della mia vita è proprio la mia vita.
E non è poco, eh.
Che poi tanto piagnucolo, vado in ansia, mi deprimo, mi lamento, ma alla fine cado in piedi.

Update: l’orologio del blog è avanti di un’ora. Me ne rendo conto solo ora, probabilmente dopo anni. Ma come c***o si cambia? Argh. Speriamo che col cambio orario torni normale. Speriamo, come invece temo, che non vada avanti di due ore.


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Back to life

Fund raising finito (la manifestazione, mica in generale).
Ottime letture, tentativi di fuga da Cicciociccioparmigianaland, poca scrittura.
Oggi a Milano il cielo era azzurro intenso, ed io dopo la pioggia e il freddo degli ultimi giorni mi son sentita asciugare le ossa.
Vivo in prospettiva di questo fine settimana, finalmente non di lavoro.
Voglio giorni perfetti, persone care, le mie persone care, o anche un solo perfect day, drinking sangria in the park and forgetting myself.


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Help!

Weekend di lavoro e annessa distruzione. Accanto a me, in questo momento, l’ennesima tazza di caffè…siamo in piena raccolta fondi, e il prossimo fine settimana si tornerà in piazza, anche se in versione più “soft”.
Questa stanchezza amplifica le mie sensazioni, il mio intristirmi e incazzarmi per le tante cose su cui non sono d’accordo, che non vanno, che andrebbero radicalmente cambiate su vari piani lavorativi. Adoro il mio lavoro, so che in pochi ambienti si respira un’atmosfera, si percepisce “un modo di fare le cose in un certo modo” come da noi, e, in generale, nel sociale; epperò…però ci sono certe cose che non mando giù, cose che mi infastidivano anche quando ero solo una volontaria e una ragazza di servizio civile, ancora studentessa e perciò osservatrice esterna. Figuriamoci ora, come le posso prendere.
Tutto questo lavoro ha prodotto zero vita sociale in questi giorni, e in generale zero tutto ciò che non fosse fund raising…vabbè che tanto ero su Le benevole di Littell, che non mi sta garbando più di tanto, non fosse che per una precisione così…precisa, tale da essere noiosa da morire.
In compenso venerdì sera, per calmarmi, mi son rivista Amélie. Ero però in uno stato d’animo ben strano, se ho grondato lacrime per un’ora e mezza: e il nano, e le ossa di vetro, e Lucien, e Madeleine la portinaia, e il papà con valigie e il signor Dominique, la scatola dei giochi e la scena finale del taglio del pollo, e Amélie, che certe volte mi sembra una me giusto un tantino esagerata.

E…a proposito di pianti: quante lacrime in questi giorni. Di tensione, altissima, di delusione, di gioia e riconoscenza verso le splendide persone che mi hanno aiutata come volontari e come amici, lacrime di commozione e di stanchezza, di senso di appartenenza e di condivisione, di rabbia.
E tutto questo nello stesso pianto.
Ne avrei abbastanza per i prossimi sei mesi, se non mi conoscessi.


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