Appena tornata, con le braccine rosse, frutto di una giornata distesa sull’erba a leggere.
Lettura, chiacchiere, un panino, le sigarette, un caffè al chioschetto, il cielo e l’erba e il Sempione.
Che meraviglia.
Venerdì della Liberazione triste sul Garda, acquisti per le vie di Desenzano, e la zia che amo così fragile, così pronta a spezzarsi ad ogni improvviso sussulto, e il ritorno in treno a Milano, sperando che tutto finisca presto.
Mia nonna che si convince che il mio ritorno sarà di poco successivo al suo, “siete così legate!”.
Sabato di pulizie mescolate ad ozio, per poi uscire senza calze, con le sole ballerine, per bere un Morellino in quel posto meraviglioso che è Peck, e poi al cingalese, e poi a nanna, un po’ ubriaca, dopo aver indossato per tutta la sera una camicetta nuova, scollata, senza imbarazzo.
Sensazione di cose che lentamente vanno fatte esaurire, e va bene così.
Per il primo Maggio sono a casa.
Addendum delle ore 20.50: sensazione di solitudine profonda. Bisogna avere la pelle dura. E chi ne è sprovvisto?
Io lo so che non sono solo anche quando sono solo.
A qualcuno non piacciono, qualcuno le teme.
A qualcuno piacerebbe che io volassi in formazione, col mio stormo, come ci si aspetta che ogni pulcino appena svezzato faccia.
Io capisco, capisco, capisco tutto.
Comprendo che chi pensa che io non abbia la testa a posto, nel senso che forse qualche pezzetto di puzzle cerebrale non sta al posto giusto, forse abbia ragione.
Fin da piccola mi son sentita dare della strana, più varie altre amenità abbastanza offensive che non sto qui a riportare, chè ancora, a volte, mi fanno piangere.
Non si è pessimisti per caso, ma se qualcuno ti ha fatto piangere.
Capisco che qualcun altro mi abbia voluto proteggere oltremodo, proteggere una bambina che soffriva di tutto, una bambina ipersensibile, nervosa, a tratti isterica. Qualcuno che sicuramente tutto questo non lo ha capito, ma lo ha percepito, lo ha afferrato tramite il sangue, l’odore, il legame non verbale che lega i membri del branco fra loro, indissolubilmente, qualsiasi cosa accada.
Ma io devo essere singola, devo essere individuo, devo uscire dal branco.
E’ difficile amare e tenere a distanza, amare e soffire da lontano. Ma è questo che finalmente farà di me un’adulta, qualsiasi cosa accada, anche se durante il volo in alta quota mi si dovesse squarciare il petto, dovessi resistere alle correnti, dovessi a tratti precipitare.
Solo chi vola basso non si fa mai male.
E allora, facciamocelo.
Tanto, me lo faccio comunque.
(addendum: Grotesque, bel romanzo di Natsuo Kirino)
Notizie da questa metà di aprile…
Sarà il ciclo imminente (sì, io sono esattamente una di quelle donne che appena può parla di mestruazioni; sono riuscita a tirare in ballo il discorso persino con una totale sconosciuta, in fila ai bagni pubblici durante una Grande Notte della Taranta di qualche anno fa, a Melpignano) ma io qui non ci capisco nulla.
Andando a lavoro, ridevo da sola sulla 43, faticando quasi a trattenere gli scoppi; oggi era giornata di pacchi alimentari, ergo mi son rattristata in breve tempo; in centro, ho vagato con aria assente cercando di comprendere quale acquisto avesse la priorità, fra i mille che devo fare…come se già non avessi abbastanza spese per la casa nuova…
In questo momento, sono in bilico fra fame ed inappetenza, domani sarà un sabato pieno di impegni e cose da fare, rimandate da tempo e tutte ugualmente urgenti.
Piove, e stasera me ne andrò sui Navigli.
Reading Niffoi, Collodoro.
Solitudine a sprazzi, mentre evito di soffermarmi troppo su questo periodo.
Tutto si risolverà, tutto si risolverà.
Grandi novità in ufficio, ricostruzioni e rinnovamenti che attendo con ansia. Forse finalmente sentirò davvero il mio ruolo.
Beati i poveri di spirito, che vanno alla Stefanel in corso Vercelli e già si sentono meglio.
Bene.
Benissimo anzi.
Evaporata l’incredulità, farò evaporare anche l’incazzatura.
Proprio io, da sempre, e nonostante tutto, orgogliosa di essere italiana, mi trovo frastornata ed inebetita: ma come è stato possibile? Come possono esserci ancora persone che si fidano, che credono, che sperano in uno smagliante sorriso di plastica?
E, si badi bene, vado oltre le ideologie, senza cadere nell’anti-berlusconismo a tutti i costi.
Le elezioni si perdono, si vincono, l’importante è che alcuni saldi principi rimangano tali, alcuni valori non vengano oscurati; del resto, le democrazie nordeuropee insegnano che si può tranquillamente governare all’insegna del bipartitismo, e con maggioranze traballanti e risicate. E’ la norma, in alcuni paesi. Ma tutti, su alcuni principi di democrazia, uguaglianza e laicità sono d’accordo, e non transigono. Perchè semplicemente non si può transigere sulle basi della civiltà stessa.
Ieri l’Italia lo ha fatto.
Ed io me ne vergogno.
Me ne vergogno perchè ognuno è libero di votare come meglio crede, ma questa volta metà degli italiani ha votato come un popolo di servi e di brocchi.
Bravi.
E se penso che esistono dei giovani, dei giovani! che ragionano in questo modo, senza un minimo di spirito critico…ma forse sono io, che ho un’idea troppo romantica delle cose. Ultimamente ne ho avuto prova più volte, ma ancora non riesco a credere che per qualcuno la fantasia al potere non significhi più niente. Che a vent’anni si possa già portare camicia, maschera ipocrita e gemelli, o, peggio di peggio, aspirare a portarli!
Non solo è un paese per vecchi, ma è un paese di vecchi.
…bloccherai quell’attimo bello in cui le espressioni delle persone che mi stanno accanto più mi danno quel brivido lungo la spina dorsale, perchè è quella la loro espressione, il tratto che li caratterizza.
L. quando mi dice “Ehiii…dai, su…” per consolarmi e mette su l’occhio da cerbiatto; Dona, quando scoppia a piangere e poi subito a ridere, con quella risata profonda, di pancia; la Compagna di Slave Avventure, quando tira fuori quel dentino storto che indica che sta per utilizzare fuori il migliore dei suoi sarcarsmi; Lè, quando davanti ad una doppio malto sbatte le palpebre e commenta: “Ed io lo facevo proprio apposta a mettere Sex and the City” e in quel momento sembra Piperita Patty; Ali, quando ride malefica delle sue malefatte; la nonna, quando aggrotta le sopracciglia ma le scappa da ridere alla mia ennesima presa per il culo.
…e quanti volti si collezionano in una vita? E quanti se ne portano dentro, scritti con tratto leggero e bella grafia, oppure incisi nella carne viva, o nascosti in un angolo, pronti a saltar fuori, o ancora ormai diventati cicatrici, che però, quando piove, un po’ male fanno?
Ieri sera sono tornata a casa abbastanza intristita, per dodicimila motivi differenti che mi hanno fatto versare le solite lacrimucce imbecilli, prima di scivolare nel sonno.
Sono infastidita da tutto, soprattutto dai poveri di spirito e dalla gente vestita a nuovo.
Fumo molto.
La prossima settimana sarò al borgo natìo, a votare per la parte politica che non vincerà queste elezioni.
Mi devo vestire e truccare, chè stasera c’è la riunione organizzativa della festa del volontariato.
Leggo lentamente perchè la stanchezza si fa subito sentire, ho venduto mezz’ora fa una lavatrice che mi auguro funzioni, ho sfogliato la biografia di Audrey Hepburn per trarne ispirazione; le buone maniere mi annoiano e pratico la tristezza attiva.
Domani è lunedì.
Peck è uno dei miei posti preferiti.
Leggo Repubblica e m’incazzo.
Chiudo tutto e guardo l’altra scrivania, vuota. Quella accanto alla mia.
La mia collega non c’è oggi, ha preso le ferie per andare dal suo fidanzato, a Montpellier.
Ma il problema non è mica quello, no. Il problema è che ha dato le dimissioni ieri, e fra un mese ci lascia. Ma soprattutto MI lascia, chè in quest’ufficio siamo state in due, da gennaio, essendo una “costola” della sede principale. E non si sa se arriverà qualcuno a sostituirla, visto che sono in atto grandi rivolgimenti, in associazione, che speriamo arrivino presto. Molto presto. E che io riesca finalmente ad occuparmi solo di quello che voglio, di modo da poterlo fare con la passione che merita, con lo studi e la formazione continua di cui c’è bisogno, senza saltare da un ruolo all’altra ogni cinque minuti, con un diverso berretto a seconda di chi è dall’altra parte del filo, o della porta.
Il pensiero del traslco, invece, stranamente non mi spaventa. Forse perchè potrò permettermi di farlo con tutta calma, forse perchè non vedo l’ora che quel giorno arrivi, ma sinceramente non provo angoscia al solo pensiero degli scatoloni. O almeno, non quanta avrei pensato.
In borsa, un secchiello a righe colorate acquistato in occasione della primavera ormai arrivata (mi auguro) il mio taccuino a righe Moleskine, in quest’ultimo periodo gravido più che mai di pensieri. L’Ipod. L’ultimo Murakami Haruki, perchè lui sa come si descrive la solitudine.
In testa, un tourbillon di volti e di preoccupazioni.
Giornate in cui comunque, nonostante questa catena sfortunata di eventi (tutti risolvibilissimi, ma…quanti sono?) letteralmente mi adoro. Perchè non vorrei mai essere nessun altro. Mai e poi mai. Mi piace questa sensazione, quasi presuntuosa, ma non cambierei mai i miei pensieri malati e le mie turbe e tutte le mie angosce col vuoto pneumatico che trovo dentro troppa gente.
Stasera Ovosodo, assolutamente, per forza.
Il cielo è blu e la primavera è arrivata su Milano.
Io faccio sempre più fatica ad alzarmi al mattino, e mi sento sempre più pigra.
Ogni giorno è un nuovo piccolo inizio, perchè, come dicono A., C., L. e la mia testolina, con parole diverse ma con gli stessi intenti, il proposito è quello di essere positivi e spensierati e curiosi.
Non sono mai voluta cambiare, nè ci sarei riuscita, ma vorrei che chi sta “fuori di me” riuscisse a sentire che io, in realtà, sono così, nonostante la mia malattia mentale mi imponesse di dire che no, meglio soli, che no, io detesto quelli che fanno rumore, che no, la sobrietà e la freddezza, che fa chic, eh.
Ma vaffanculo.
Ho indossato senza paura il maglioncino rosso a tre bottoni, e sono uscita in strada, questa mattina. E non fa niente che il rosso si nota.
Anzi, meglio.
Voglio abbracciare persone.
Conoscerle. Odori, rumori.
Scambiare colori con strani personaggi.
Uscire, bere, ridere in queste sere che si fanno via più calde…magari senza finire al Leoncavallo come venerdì (“Aò ragazze, mdma, basta chiedere eh”: arghhh! Cosa?), chè il Rolling Stones, come sabato, (le mie vodka&redbull mi bastano e avanzano) va benissimo.