Di lavoro preferisco non parlare, se non, talvolta, per lamentarmi della stanchezza, del nuovo articolo sul non profit che mi condanna ad un sicuro burnout, della mole di cose da fare. Ho spesso detto che mi piace, ma senza spiegarmi troppo, chè quando tratti di certe cose diventi stucchevole e pietista, perchè la disabilità certe volte la si sa affrontare solo con frasi fatte.
Epperò, quando qualcuno ti manda un sms scrivendoti “you’re an angel” solo per averle fornito un numero di telefono, e tu ti senti tutto meno che angel, in questo periodo; quando qualcun’altro ti dice “Ma io mi chiedo, Veronica, voi lavorate con noi, per noi…ma perchè? Non abbiamo nulla di affascinante, eh? Non siamo così interessanti!”…rimani frastornata per un attimo, torni indietro all’origine della tua scelta, alle tue motivazioni. Certi giorni non le trovi, altri sì, altri ancora non ti vuoi chiedere nulla ed andare avanti col pilota automatico, ma sai che ci sono. E quando arriva un sms o una chiamata di questo tipo, le riscopri. Anche se, ogni volta, quando arrivano un sms o una chiamata, guardi agghiacciata il cellulare chiedendoti cosa sarà successo, ancora.
She’s not the kind of girl / who likes to tell the world / about the way she feels, about herself. / She takes a little time / in making up her mind… [voce di Shirley Manson, colonna sonora di questa mattina]
Andare alla prima Girl Geek Dinner; perdermi con la Socia fra concerti indie della Brianza; condurre un esperimento sociologico rifilando il mio numero di telefono così, pour faire, e ritrovarmi a bere un Thurgau ascoltando un perfetto sconosciuto raccontarmi la sua vita intera.
L’avevo detto io, che sarebbe stato un bel giugno. E ci sono ancora un sacco di cose da fare.
Se arrivi otto ore prima, per impossessarti di un braccialetto di carta che ti farà entrare prima, ti permetterà di farti spezzare le costole contro la transenna, sotto il palco. Se prendi un giorno di ferie, e lo passi seduta per terra con i tuoi amici a mangiare panini e ridere con sconosciuti che non vedrai più, ma che se dovessi incontrare in metro saluteresti come fossero vecchi amici, partecipi di un vecchio segreto. Se appena il cancello si apre, corri a perdifiato nell’erba, mano nella mano con l’amico più caro che hai. Se durante il concerto ti volti verso la Socia, la vedi sciogliersi progressivamente e intrecci le tue dita alle sue. Se per due ore ti dimentichi dell’umana malvagità. Se per due ore pensi che essere fragile, bruttino e malaticcio non sia poi così male. Se per due ore ti senti parte di qualcosa e pensi alle tue imperfezioni e ai tuoi guai e ai tuoi mal di stomaco e sei felice di essere così. Se a tratti senti che la diga sta per crollare, lì, in mezzo alla folla impazzita, perchè qualcuno/qualcosa sta graffiando la superficie. Se dopo cinque minuti, dichiari silenziosamente amore eterno a Jonny Greenwood.
Sì. Radiohead @ Arena Civica, Milano – 17 giugno 2008.
Anche oggi, una bella dose di allegria.
In autobus, accasciata al finestrino, mi tornano alla mente due generatori di magoni: mia madre che racconta del nonno, emigrante italiano a Parigi, uomo duro e severo, che non ha mai carezzato nessuna figlia, nessuna nipote, che piange come un vitello alla fine di Italia-Germania 4-3, o durante la scalata di Coppi nella tappa di montagna del Tour, chè, quando sei lontano da casa, certe cose sì, che le senti, e ti stritolano il cuore; mio padre, nella toilette del ristorante in cui si festeggiava la mia laurea. che mi ferma per dirmi, con le sue parole semplici, le sue metafore sportive, che quello era il giorno per cui aveva vissuto in questi ultimi anni, e che “non so se riuscirò ad insegnarti a pedalare, ma ti ho comprato una bicicletta”.
La zia matta chiama da Desenzano, ove si è recata a recuperare il cane (Lulù, labrador femmina dal peso incerto, ma sicuramente superiore al suo), e dice che il prossimo weekend, quando sarò a casa, le sue giornate sono solo per me.
Per fortuna che si può andare alla Feltrinelli di piazza Piemonte con una Socia degna di questo nome, chè qui altrimenti ero già sul treno.
Consigli?
Che poi secondo me la sfiga, o meglio, la pesantezza di questo duemilaeottomalefico me l’hanno lanciata tutte quelle catene via mail cui non ho risposto, fra “oroscopo cinese” e “provalo! funziona davvero!”. Evidentemente funzionavano.
Fatto sta che non è sfortuna, no no, perchè alla fine tutto sta riuscendo: il problema è che questo tutto, che va così bene, richiede un dispendio energetico immane. Ergo, sono una donna dotata di occhiaie di un certo peso, che sente la nostalgia di casa e che non ha neppure la televisione, a sollazzarla con trash di varia natura.
Mi verrebbe da dire: mai avuto così tanto affetto e così poco amore, nella mia vita. Anche se alla fine io, i miei amici, li amo. E credo proprio che la cosa sia reciproca.
La smetterò, prima o poi, di lamentarmi.
Le belle cose sono una T-shirt di Little Miss Sunshine, regalodonasorriso della Socia, L’uomo che cade di De Lillo, romanzo da centellinare, la birra della buonanotte e le mie risate di tutti i giorni, e Alice che passa da Milano, e la Compagna Campagna che sta finendo la tesi, e laggiù in fondo, a poco a poco più vicina, Edinburgo. [La Scozia si droga per necessità psichica - anche chi lavora nel Non Profit, suggerirei]
Nuova piattaforma, molto più complicata, ma, a quanto dicono, la meglio piattaforma. Che poi, per quel che ne capisco…e poi fra poco viene anche la Socia.
Fatto sta che oggi si riparte da qui. Il segno di tutto ciò: un post su Blogger che mi si è cancellato, post in cui proprio di cambiamenti dicevo.
Una nuova stanza, nuovo blog, nuovi attacchi di panico, nuove mete da esplorare. Vediamo quel che ne esce. Ebbbasta con tag e categorie. C’è bisogno di semplicità, ecco. Minimalismo esistenziale che dovrei far diventare anche morale.
Si ricomincia, eh. Ancora.