In partenza per Torino, per la festa di laurea della Compagna Campagna. Ceretta fatta, accordi presi per il puntello a Porta Nuova con la delegazione del Borgo Natìo in missione festaspacco nella metropoli sabauda.
Il papà di Giovanna è un film meraviglioso. Le lacrime mia hanno presa in più punti, pensando che…ecco, fatte le debite differenze, anche il mio di papà certe volte è così. Il papà che mi ha sempre spronato a combattere, a far bene, a dare tutta me stessa nelle cose che faccio, a non arrendermi mai è lo stesso papà che parla di me ancora come di una bambina sensibile, come una bambina che si può far male, molto male, con un guscio più fragile di quello degli altri.
A parte le notazioni personal-familiari, Silvio Orlando magnifico come sempre, la Rochwacher (non ho tempo di controllare se lo spelling sia esatto) ormai attrice adulta, favolosa. Il film piacerà molto ad una certa Socia, visto che una certa attrice muore dopo tre fotogrammi e tre battute. Ma tant’è, serviva una belloccia.
Dopo sette anni di permanenza a Milano, ieri sono entrata in Duomo. Sì, esatto, per la prima volta. Quando una cosa ti sta così prepotentemente davanti agli occhi pensi sempre che sì, prima o poi la farai, figurati se non trovi il tempo. In questo modo sono passati i mesi, da quel settembre 2001 così tragico e sconvolgente in cui io sono scesa dal predellino di un interregionale nella gigantesca Centrale. Inutile dirlo, il Duomo è bello da togliere il fiato. Ed è ancor più bello quando senti che oggi è il giorno giusto per andarci, finalmente, chissà come mai, il venerdì finisci sempre un po’ prima in ufficio. Ma oggi è il giorno, non sai perchè. Finchè non c’è un segno, e tu capisci. Ma queste cose non si raccontano a nessuno.
Chiudo la valigia, salto sul tram.
Cominciamo col dire che negli ultimi due giorni sono riuscita a vedere due concerti di non poco pregio aggratis. Se poi continuamo pensando che questo lunedì non sembra così tanto lunedì, che la mia migliore amica si laurea oggi, facendomi prospettare un weekend a Torino, il prossimo, per la festa, e che in borsa mi aspetta un Grossman favoloso, direi che posso sostituire finalmente la parola “Mestizia” che campeggia da settimane in testa al mio Msn.
Sabato sera, Afterhours@ParcoSempione con la Socia e una combriccola deliziosamente al femminile, fra cui nuove e gradite conoscenze. Peccato solo per la furbizia degli addetti al parco stesso, che, indipendentemente dall’evento che si svolge all’interno, chiudono i cancelli all’orario prestabilito, costringendo branchi di persone infreddolite a vagare per i cespugli alla ricerca dell’unica via d’uscita rimasta.
Ieri sera, invece, impresa: vestitino H&M 29,90 Euro, taxi per tornare a casa 10 Euro, imbucarsi ad una festa con la tua Socia e veder sbucare i Blonde Redhead sul palco (aggratis) mentre (sempre aggratis) sorseggi Moet&Chandon Rosé non ha prezzo.
Ora posso tornare alla mestizia infrasettimanale con gioia.
*della condivisione del titolo non c’è da spiegare. La Socia ha compreso.
Cammino per strada ogni mattina, prendo i miei autobus, leggo Etty Hillesum sulla 49 e me ne delizio, ho la testa piena di pensieri e poi, arrivata qui, guardo intontita il foglio bianco sullo schermo. Tutti questi pensieri se ne fuggono durante la notte, o mentre viaggio sui mezzi pubblici milanesi, o mentre sbrigo tutte le faccende d’ufficio. Mi perdo e non so esprimere come dovrei tutto ciò che mi sta succedendo, o, forse, i fili ingarbugliati che mi ritrovo per neuroni in questo momento non sanno proprio che pesci pigliare.
E dunque, cosa è successo realmente, oggettivamente, in questi giorni? Il solito ex che ci riprova, come del resto fa ogni tre mesi da due anni a questa parte. La dolorosa decisione (mia, e silenziosa come tutte le mie decisioni) di allontanarmi in punta di piedi da una persona, dalla Persona, perchè forse è giunto il tempo di lasciarci davvero. Un amico conosciuto a Edimburgo che passa a Milano a salutarti, e ti annoia un po’, e non lo capisci mica, con tutte quelle moine, che vorrà mai. Etty Hillesum che mi piace e Grossman che mi aspetta. Vedere The eternal sunshine of a spotless mind con la Socia, volerlo già rivedere, innamorarsi di Joel, discutere sul finale, chè tanto ho ragione io. Prendersela con gli uomini, e quanto sono stupidi, e quanto il criptofrocismo sia un morbo dilagante. Parlare con l’amica del mare, parlare con quella di sempre, progettare la fuga, avere paura di tutta questa libertà di scelta. Avere le vertigini perchè… libertà è paura, ne sono certa. Aprire il frigo e trovarci il sugo della nonna. I colleghi che li amo, non c’è niente da fare.
Questa mattina ho visto per strada i primi pupetti in grembiule. I miei, di grembiulini, erano sempre molto graziosi e stirati e inamidati alla perfezione da mia nonna.
Io in vacanza a giugno, alle elementari, proprio non ci volevo andare. Perchè davvero a sette anni nulla mi sembrava più bello dell’andare a scuola. Già a dieci avevo drasticamente cambiato idea, stanca di una maestra (unica! …ma non era questo di certo il dramma!) manesca, ignorante e pure un po’ rincoglionita. Per non parlare poi dell’agghiacciante periodo delle medie. Tre sinistrissimi anni di sconforto. A sei anni il mio compagno di banco era colui che oggi, da mesi, stritola il cuore della mia migliore amica (non esente da colpe, eh). A undici, invece, conoscevo la Socia. Al liceo, superati i due infernali anni di ginnasio, conoscevo le amiche di sempre.
Le mie tre scuole, al borgo natìo, stanno nel raggio di trecento metri. Oggi, a trecento chilometri di distanza, nella città in cui ho studiato e in cui oggi lavoro, oggi, che alle otto e un quarto ho chiamato la nonna per farle gli auguri per il suo sessantanovesimo (sì, quando mi stirava i grembiulini era una nonna appena cinquantenne!), oggi vorrei incontrarle ogni mattina, lungo la strada. Oggi forse è uno di quei giorni in cui sarà difficile mantenere il silenzio stampa spergiurato con tutti sulla Decisione.
Per fortuna, sto leggendo Acque morte, di Maugham. Consolazione.