L'Ape e il Sogno

Il mio regalo di compleanno: Subsonica@Alcatraz

Dentro i miei vuoti puoi nasconderti,
Le tue paure addormentale con me.

…ovvero di cuore spaccato, metaforicamente e fisicamente, di un’ora e mezza di salti e tamarria, di risate e foto folli. Di Samuel che è sempre Samuel, di Boosta e di quanto è bello, di Max l’addetto ai congiuntivi e ai discorsi seri, del Ninja, il mio Ninja, che alla fine scatta una foto al pubblico, ringrazia e se ne va, mentre a me sale un brivido voglioso per la schiena. Chè quelli magrolini con gli occhiali a me fanno sempre un certo effetto, soprattutto se indossano il collo alto. Chè sì, vorrei proprio addormentarmi dentro qualcuno, a volte.

La Socia non poteva scegliere per me regalo più bello, Lidal ci ha fatto compagnia e edotte su alcuni dei misteri del pre-concerto. Perchè è il mio ultimo concerto da domiciliata nella Metropoli, perchè siamo tutte ancora Auroresogna, perchè

Le stesse facce che ogni giorno fanno male
Le stesse voci recitanti giudicare
Posa l’orecchio sul bicchiere e sente il mare
Ma non il suono della musica che piace a lei
La solitudine che indossa è più normale
Di una prudente saggia e isterica morale
Aurora sogna e nei suoi sogni sa cercare
Senza paura un’esclusiva felicità

Sudate e morenti abbiamo recuperato sciarpeguanticappotti in una ressa peggiore a quella del concerto stesso, maledicendo l’inciviltà italiana (“Ai Radiohead certe cose…”; “E nemmeno ai Coldplay” rispondeva la Socia, ma tant’è, quelli si chiamano inglesi mica per niente), per poi aspettare il taxi che ci ha riportate a casa a mezzanotte, come Cenerentole, pronte ad una doccia bollente, ovviamente con le nostre spillette, immancabile feticcio, in borsa.

Poche cose danno più godimento di un concerto. Forse solo due. O forse solo una, perchè mentre bevendo camomilla cercavo di concentrarmi su Suite Française, nella mia testa c’erano ancora cassa dritta, e colpi di pistola, e nuove ossessioni e quel dispositivo umano definito amore.



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Via la frangetta [e fuori da un passato confuso con dentro l'alibi di una visione]

Bilancia (23 settembre – 22 ottobre)

Rifletti per un minuto sulle persone che non ti vedono per come sei veramente. Tra loro non ci sono solo i tuoi nemici, ma anche degli alleati e delle persone che ami. Forse hai inconsciamente accettato il loro giudizio o sei rimasto intrappolato nell’opinione che hanno di te. Prova a pensare quanto sarebbe bello liberarti dalle idee e dalle aspettative degli altri. Immagina la soddisfazione di dover rendere conto solo alla tranquilla, piccola voce della tua lucida intuizione. Le prossime settimane saranno un ottimo momento per praticare questa forma d’arte superiore.

Ecco, forse intrappolata. Ma forse, eh. Meno male che domani esce quello della settimana prossima.

Negli ultimi giorni mi è accaduto di: parlare per la seconda volta col mio responsabile in ufficio, e prendere un terzo appuntamento; sentirmi dire “per andartene via di qui devi piantarmi un paletto di frassino nel cuore” (peccato che a me queste cose accadano solo sul lavoro); incazzarmi seimila volte ripensando poi, in tram, al succitato discorso; piangere perchè sono brutta (mi sa che la via d’uscita dall’adolescenza è un tantino lunghetta, eh? Cretina!); farmi venire i brufoli a causa della dieta sana che sto seguendo, visto che sono in astinenza piena da trigliceridi da due settimane; eliminare il Peggiore, o meglio, fare in modo che si autoeliminasse (consigli per l’uso: il “non te la do” funziona ancora); eliminare la frangetta.

Sono sola, e libera, ed è passato molto, molto tempo da quando ho fatto davvero l’amore l’ultima volta. Non sono affamata di un uomo. Non manca un uomo nelle mie giornate. Io sono affamata di abbracci.

Anni di lotte e di convincimenti e di SdBeau, anni a nascondere un certo maschilismo intrinseco per poi scoprire che, cazzo, voglio un uomo che mi protegga. Opporcaputtana.

Il mio caschetto frangettato a poco a poco sta dando forfait. Ho comprato tante mollettine, per tenere la fronte scoperta.

Mio padre consiglia, a questa sua figlia in pena, che lui vorrebbe tirare giù, sulla terra, di ragionare per obbiettivi. Uno dopo l’altro, depennare, depennare e lottare. Ha ragione. Stabilisco un elenco di step. Spedire cv, fare pacchi, chiamare questo e quello, con ordine. Punto primo: lunedì 24, Subsonica@Alcatraz, con la Socia, gradito pogo e numeri di telefono consolatori, che ancora un mese è lungo, da passare a Milano.


Andar via da qui, andar via da me.

In queste notti mi sono rigirata fra le lenzuola più volte. Ho bevuto parecchie camomille, per poi addormentarmi di un sonno pesante ad orari improbabili che mi facevano risvegliare stanchissima, svogliata, la mattina successiva. Svogliata forse perchè ormai la consapevolezza che qui non è più me c’è, al punto che ne ho finalmente parlato in ufficio.

In questi giorni mi sono arrabbiata, perchè quando ho comunicato le mie decisioni al suddetto bureau sono state pronunciate frasi che non mi piacevano affatto. Quasi rafforzavano la mia voglia di andarmene. Ci vediamo martedì pomeriggio, riflettiamoci, discutiamone. Sì, certo. Come se non sapessi cosa mi aspetta: un discorso che esula totalmente da contenuti professionali e lavorativi per entrare nel mio personale. Un discorso che mira a farmi capire quanto mi stimiate, quanto mi vogliate qui. Un discorso che vuole incrinare ogni mia intima certezza, mettermi in crisi, farmi sentire odiosamente in colpa. Tutto questo, al posto di un semplice e gradito: “Cosa possiamo fare per farti rimanere, Vero?”. Un discorso che, ovviamente, non prevede alcuna migliorìa dal punto di vista economico o contrattuale.

In queste mattine ho fatto molte cose, anche mie. Ora ci sono dieci cartoni appiattiti, nuovi di zecca, appoggiati alla parete della mia stanza, fra le due finestre. Attendono lo scotch, e poi i miei libri, i vestiti, il corriere.

In queste sere ho pensato a quanto non voglia imboccare il sentiero dell’eterna adolescenza. A come certe volte mi sia sembrato di regredire, in quest’anno terribile. Qualche anno fa, a Capodanno, avevo eletto a motto del mio duemilaequalcosa il diventare adulta. E ci ero anche riuscita, per un certo periodo. Quando però tutto è crollato non si è potuto più. E proprio iersera ho pensato che basta, che è tempo. Tempo di scegliere, al bivio, fra il sentiero che porta a mia zia e quello che porta a mia madre.

[io, per me, avrei anche scelto, se fossi sicura di farcela. Sarò molto meno chic, ma sicuramente avrò più classe]

Il libro della settimana è Suite française, in lingua originale.


Di film visti, uscire dall’adolescenza, Britney ha sempre ragione, dell’astinenza come rimedio ai rompipalle, di come anche i rompipalle dicano qualcosa di furbo, almeno una volta nella vita.

Molti film in questi ultimi giorni. La sposa cadavere, ovviamente geniale; Trainspotting, rivisto dopo un sacco di tempo per la n-esima volta (credo di aver passato i tre burrascosi anni che vanno dai quattordici ai diciassette a vederlo una volta alla settimana, quando ero perdutamente innamorata di Sick Boy e Diane rappresentava tutto quello che una ragazza deve essere), e La classe, un film che mi è piaciuto quanto i dolori mestruali (quando uso queste similitudini mi rendo conto di quanto sia uterocentrico, e dunque isterico, questo periodo).

Amo bere Abbaye des Rocs. Amo.

Devo definitivamente uscire dall’adolescenza. Ho messo il cosiddetto carattere in così tante cose accadutemi nella mia breve esistenza che certe volte mi dimentico di metterle in altre, più visibili, osservabili. Uscire dall’adolescenza dunque sì, perchè prima o poi donne si diventa

scoprire a ventisei anni che tua madre è uno dei tuoi modelli

e sì sì, va bene, il problema può anche essere che I’m not a girl, not yet a woman (lo dicevo io, che è lei il Messia, altro che Obama).


Accadde oggi: su Hugh Grant, le mie analisi, Sarah Palin e il galà associativo.

Un vaghissimo senso di nervosismo oggi mi domina fin da poco dopo colazione con la Socia, unico momento positivo della giornata, viste le fosche previsioni su stasera.

Intanto, vedere About a boy mi ha fatto riflettere su quanto il Peggiore sia simile a Will (“E’ stato orribile. Orribile. Ma la corsa dietro all’ambulanza è stata fichissima!”). Carica di riflessioni negative sul mio futuro sentimentale, mi sono giulivamente recata a ritirare delle analisi fatte la settimana scorsa, quelle analisi stronze di routine, no? Le solite analisi blablabla, vero?

No! No! Quattro fogli pieni, ricoperti, invasi di asterischi incomprensibili che indicano il mio essere fuori dai valori consigliati su molteplici fronti delle mie urine nonchè del mio sangue, il che mi fa riflettere su come la situazione degli anfratti più reconditi del mio corpo e dei suoi liquami più disgustosi rispecchi esattamente quella del mio cervello (fuoco al primo che inizia col canonico “Eh, beh, mens sana..” e cose del genere. Il mio corpo non  mai stato sano, e andava benissimo così, finchè non mi vengono imposte restrizioni alimentari). Ovviamente tramite internet, nell’attesa di incontrare per la settantaduesima volta in un mese la mia dottoressa, mi sono già autodiagnostica. Il risultato è ovviamente che ho bisogno di un trapianto di reni. Adesso.

Come se non bastasse, quelli delle analisi si permettono di asteriscare anche i miei valori sul colesterolo. Dio mio, ho il colesterolo alto. Come mia nonna. Come mia nonna. E non certo come mia madre, che sventola periodicamente in faccia a tutta la famiglia analisi perfette, nonostante la dieta da ragazzino statunitense obeso associata al quotidiano pacchetto di Muratti. Ad un altro post la descrizione della delirante spesa fatta in pausa pranzo, visto che devo depennare dalla lista tutto quello che mangiavo prima, e cioè le uniche cose che so cucinare. Finirò a masticare cicoria in un angolo.

E stasera c’è l’odioso galà associativo, il cui unico divertimento consisteva nel mangiare e ubriacarsi coi colleghi, figuriamoci.

Meno male che ci sono le lacrime di Sarah Palin, a consolarmi.