Dove lavoro io adesso è molto, ma molto profit, ma da Milano la regia mi dice che ormai è profit pure il mio precedente lavoro.
Dove lavoro io adesso il capo è bello e stronzo, l’assistente è lo specchio del servilismo coi potenti e della brutalità coi sottoposti, dove lavoro io l’ammontare mensile pro capite delle mance è di gran lunga maggiore dell’importo di una pensione di invalidità civile italiana.
Dove lavoro io lo so che è immorale, ma dove lavoro io dà da mangiare a trentacinquemila persone e ad una regione intera, e non si sputa sul, eccetera eccetera.
Ieri poi ho pianto per la prima volta dopo un sacco di tempo, perchè mio papà non stava bene, e l’ho visto per la prima volta fragilissimo, un bambolotto di carta, ed ero in macchina coi Depeche Mode (certo che pure io) e non ce l’ho fatta, ed è stata la prima volta della mia vita che piangevo per questa cosa, cioè per la salute paterna, è come se fosse stato uno sblocco, finalmente.
Continuo a leggere la Nemirovskij in francese, è il turno di David Golder, ma grandi novità attendono i nostri schermi.
Ho iniziato a lavorare da una settimana ed è così finito quel dolce periodo di disoccupazione, durato venti giorni, durante i quali avevo ripreso con successo la mia carriera di affermata spettatrice di orrori televisivi, da sempre contraltare assai degno alle mie letture.
[Ah beh, se lo dice Veronica, che legge l'elenco telefonico e dice "Bello!", disse un giorno un amico della vita milanese]
Il primo giorno di lavoro è stato massacrante, mi sono messa a piangere appena seduta in macchina, con la Mater che rincuorava guidando e la Zia che carezzava dal sedile dietro. Giorno dopo giorno le cose sono andate meglio, mio padre è andato in pensione e ha solennemente proclamato, col consueto aulico linguaggio: “Ti vengo a prendere io a mezzanotte, chè non ho un c***o da fare”. Babbino mio.
Per San Valentino ho lavorato, ed è stato un bene, anche perchè l’unico regalo ricevuto è stata una palette della nuova collezione Chanel dalla Zia, che me lo ha porto dicendo che visto che non hai un uomo…
Il mio cuore è chiuso, lo sento arido come non mai. Sono vanesia e superficiale, getto occhiate ai manzi circolanti in albergo, e nulla più. Non ho il coraggio di ammettere, di farmi avanti, desidero e temo al tempo stesso. Non so più da quanto un uomo non viene a prendermi sotto casa per portarmi fuori, non so da quanto non do un bacio, un bacio vero, un bacio bello.
La mia uniforme è molto elegante.
I disturbi gastrointestinali da nervosismo si sono sprecati, senza neppure donarmi la tanto agognata pancia piatta (sempre quella strana legge per la quale quando inizi a prendere la pillola, invece di guadagnare una taglia di seno ti cresce il culo), e insieme a loro le insonnie, resistenti ad ogni erba esistente in natura che si possa bere in infusione. A me, poi, che ho sempre dormito come un sasso, che anche dopo il peggiore attacco di panico, preso il medicamento e sparito l’acciacco, crollavo sul cuscino come un bebé, famosa in tutte le case in cui ho abitato perchè non sentivo le sveglie (e ci tengo a precisare questo plurale), fino a che il coinquilino della stanza accanto non si alzava incarognito a spegnermele e a svegliarmi.
Come volevasi dimostrare, ho abbandonato Infinite Jest. Geniale, labirintico, folle, affascinante ma…insopportabile. Non saprei come altro spiegare la sensazione che mi pervadeva nel leggerlo, un emisfero del mio sciocco cervello che si complimentava con DFW, l’altro che lo malediceva per l’eternità, un occhio alla pagina e uno all’infinito spessore della barzelletta infinita.
Leggo Nothomb e Nemirovsky in francese, e questa la dico solo per fare la figaradicalchic, e solo qui la posso dire, chè al borgo natìo di certe cose è meglio tacere.
Parto di casa con l’idea di un analcolico alla frutta come aperitivo, e poi immancabilmente ordino un rosso. Tralascio della sera in cui ho optato per il perroquet* (sempre per quell’altra legge, quella per cui a diciotto anni ne reggi sei, a ventisei passati il secondo scatena la punizione divina per la tua adolescenza etilica).
Ho trovato lavoro, e inizio martedì. E sono felice, ve l’avevo detto nel titolo, no?
*aperitivo tipico dell’estremo Ponente ligure, ereditato dalla vicina Cote, consistente in una parte di pastis, cioè anice a novecentomila gradi, e una di sciroppo alla menta, da allungare con acqua.