L'Ape e il Sogno

Uff.

Sole e vento, e io odio il vento.

Le notti di incubi mi lasciano sempre stanchissima, al mattino. La mia attività onirica è sempre stata particolarmente intensa, e spesso in negativo, ma non mi sono abituata mai fino in fondo a certi sogni.

Ormai è certo, il rapporto di coppia è il mio tormento. Sempre col sorriso, senza lasciar trapelare nulla, o quasi, vivo strazi senza fine. Avere una persona accanto è ansia, paura, attesa. Però sorrido, uh, come sorrido.

Tacchi alti e un po’ di tetta al vento, e ti rendi conto di essere osservata. E ti piace.

A cena coi miei, parlare di cose serie, del mio volare via, dell’età adulta.

La paura è per le prede, diceva Diego nell’Era glaciale, prima di imparare a nuotare. Infatti io mi tuffo in tutto, senza che gli altri se ne accorgano, e poi mi rompo sempre, e sempre ho paura, e che spettro è la solitudine. Però mi butto.


Dell’incontentabilità congenita [cercarsi consigli per riappropiarsi di se medesima]*

*Parental Advisory: post dai contenuti espliciti nel quale abbandono le vesti di contessina e dico parolacce. O parolaccIe?

Intanto, da quando scrivo con la tastiera francese tutti i giorni ho dei seri problemi oculistici e cognitivi, una volta tornata in terra natìa. E sto cominciando ad interrogarmi sul senso delle parole e sulla loro ortografia, mentre scrivo.

[ritrovarsi a chiedersi se l'aggettivo "dangeroso" esista in italiano è una merda, fidatevi]

Volevo lavorare, appena atrrivata qui. Mentre macinavo chilometri con i curricula in mano e lo sguardo speranzoso, non volevo altro che lavorare. Sognavo una vita di solo lavoro, anche in miniera, una vita in cui ogni mia energia fosse focalizzata sulla produttività. Niente sfizi, niente svaghi, dopo un 2008 disastroso. Un sano, hitleriano posto di lavoro era ciò che cercavo.

Ora ce l’ho. Non sano, ma hitleriano, nervoso e innervosente, stancante sia mentalmente che fisicamente.

Ora ce l’ho, e guarda un po’ cosa accade: i sentimenti. Adesso ci permettiamo anche, avuta la pagnotta, di desiderare dei sentimenti. O meglio, ciò che per me, purtroppo, troppo spesso è stato l’equivalente dei sentimenti: piacere a qualcuno, ma piacere tanto, ma tanto tanto.

[essere adorata, in realtà. Lui, a i tempi, aveva ben riassunto la cosa dicendomi che "l'amore che vuoi tu non esiste, al mondo"]

Ho incontrato qualcuno. E questo qualcuno mi piace tanto. Io mi innamoro sempre, alla fine, perchè voglio tutto, e subito, e pesto i piedi. Ovviamente, tutto questo accade dentro. Perchè fuori resto sempre la solita simpatica stronza gelida che mette le mani avanti e ride in faccia a chi le dice “ti penso”, e se non ride comunque non dice niente, perchè crede sempre non sia vero, mentre una voce, dentro, urla “Diotipregofachesiaverotipregotipregotipregoperchècazzoiolopensomerda”. Così quando poi ci rimango male per qualcosa, hanno pure il diritto di dire, gli stronzi “ma io non immaginavo, ma tu non mi hai mai fatto capire niente”. Eccerto.

Ora ho incontrato Uno, e ovviamente non me la vivo serenamente, nonostante sfoderi gran sorrisi e battute e faccia grandi flap flap di ciglia. Però che mi piace lo sa, anche perchè se me la devo prendere allegramente in qual posto, beh, almeno non rischio la frase di cui sopra. E perchè le strategie mi stancano. E perchè in amore e affini, forse, non esistono strategie. Ci sono solo due persone che si piacciono, o non si piacciono, o non si piacciono abbastanza. O uno dei due.

Ovviamente anche i propositi di duro lavoro e grandi risparmi sono sfumati, visto che giusto l’altro giorno, mentre ricompravo un paio di ballerine nere inspiegabilmente perse durante il trasloco (spesa legittima, dunque) non ho potuto fare a meno di pensare che ne volevo un paio viola. Mi correggo: che ne volevo anche un paio viola. E la borsa in coordinato. E sono tre giorni che piove, cazzo, e vado in giro con le scarpe da ginnastica.

[le Munich, cazzo, le Munich. Sì, mi sono comprata anche quelle, merda]

Qundo ero adolescente, mi chiedevo quando sarebbe arrivato quello che avrebbe capito che io ero poesia, e mi avrebbe amata per come ero.

Adesso, anche.


No, era il 180esimo, dunque questo è 181.

I baci che ho dato negli ultimi giorni mi fanno dubitare di riuscire a reggere la parte della santarellina che mi sono imposta, o che qualcuno ha voluto leggere in me.

In compenso, il lavoro mi sta portando sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Incubi in cui vengo sgridata a morte, giornate di nervosismo, sentendosi osservata continuamente, soppesata, valutatata, ascoltando in silenzio le parole orribili di persone su altre persone. Pensare di andare a lavoro ogni giorno con la paura che succeda qualcosa.

Ieri in pausa sono andata fino ad una terrazza sul mare, e ci è voluto un po’ perchè calmassi testa e cuore. Perchè mi sento sempre così…indefinita.

La palette Smoky Eyes Chanel è diventata mia, eh.


Basta coi titoli, è il 241esimo, dice WordPress.

Sì, è vero, patiresti qualsiasi cosa piuttosto che provare quel la sensazione di respiro mozzato, di cuore preso a pugni che arriva quando a stare male sono loro. Quando questa mattina mi sono alzata, la mia caffettiera, quella piccina, quella con fantasia mucca pezzata, quella ridicola,non era pronta. E quest voleva dire una cosa sola, che la mamma non c’era.

Intanto sopporto la pioggia sull’Estremo Ponente e per colpa di qualcuna mi sono innamorata di Stieg Larsson e di Lisbeth Salander, e cerco di finire velocemente il libro del momento (Guance morbide, Natsuo Kirino) per avere diritto all’acquisto degli altri episodi. Intanto sopporto le avances del pasticciere diciannovenne, sostenendo dialoghi surreali del tipo: “Tu sei carina, io ti piaccio?”, ”Alex, tu hai 19 anni”, “Ma guarda che stavo con una di 28″, “Sì Alex, ma la cosa non mi tange”, “Ma guarda che mio padre ha incontrato mia madre quando lui aveva 18 anni e lei 30″, “…”. In fondo, significa che continuo a mantenere il mio appeal fresco e giovanile. Di conseguenza, comincio a temere che un trentenne a questa porta non busserà tanto facilmente. Ci sono giorni in cui invidio Anna Tatangelo.


Della paura

Finisce qui il mio ponte per l’Immacolata, finisce con l’ultimo treno. Il prossimo Eurocity, le sue quattro, interminabili ore, saranno le ultime. E a quel punto sarà Natale.

Ho paura, molta paura. Paura delle difficoltà lavorative, ma neppure troppo. Paura della gente, ma neppure troppa. “Passa oltre, passa sopra” mi dice mia madre, senza alcuna volontà di citazione dantesca, ma come semplice prodotto della sua mente saggia e spocchiosa. Paura, tanta, della mentalità di questo posto, della bolla che sembra racchiuderlo, degli orizzonti che si restringono. Idem come sopra, è la risposta materna.

E poi, puoi sempre ripartire, sostiene il Pater.

Vorrei scrivere di più, e più spesso, su questo blog. Potrebbe aiutarmi a ripartire. Da me.


Via la frangetta [e fuori da un passato confuso con dentro l'alibi di una visione]

Bilancia (23 settembre – 22 ottobre)

Rifletti per un minuto sulle persone che non ti vedono per come sei veramente. Tra loro non ci sono solo i tuoi nemici, ma anche degli alleati e delle persone che ami. Forse hai inconsciamente accettato il loro giudizio o sei rimasto intrappolato nell’opinione che hanno di te. Prova a pensare quanto sarebbe bello liberarti dalle idee e dalle aspettative degli altri. Immagina la soddisfazione di dover rendere conto solo alla tranquilla, piccola voce della tua lucida intuizione. Le prossime settimane saranno un ottimo momento per praticare questa forma d’arte superiore.

Ecco, forse intrappolata. Ma forse, eh. Meno male che domani esce quello della settimana prossima.

Negli ultimi giorni mi è accaduto di: parlare per la seconda volta col mio responsabile in ufficio, e prendere un terzo appuntamento; sentirmi dire “per andartene via di qui devi piantarmi un paletto di frassino nel cuore” (peccato che a me queste cose accadano solo sul lavoro); incazzarmi seimila volte ripensando poi, in tram, al succitato discorso; piangere perchè sono brutta (mi sa che la via d’uscita dall’adolescenza è un tantino lunghetta, eh? Cretina!); farmi venire i brufoli a causa della dieta sana che sto seguendo, visto che sono in astinenza piena da trigliceridi da due settimane; eliminare il Peggiore, o meglio, fare in modo che si autoeliminasse (consigli per l’uso: il “non te la do” funziona ancora); eliminare la frangetta.

Sono sola, e libera, ed è passato molto, molto tempo da quando ho fatto davvero l’amore l’ultima volta. Non sono affamata di un uomo. Non manca un uomo nelle mie giornate. Io sono affamata di abbracci.

Anni di lotte e di convincimenti e di SdBeau, anni a nascondere un certo maschilismo intrinseco per poi scoprire che, cazzo, voglio un uomo che mi protegga. Opporcaputtana.

Il mio caschetto frangettato a poco a poco sta dando forfait. Ho comprato tante mollettine, per tenere la fronte scoperta.

Mio padre consiglia, a questa sua figlia in pena, che lui vorrebbe tirare giù, sulla terra, di ragionare per obbiettivi. Uno dopo l’altro, depennare, depennare e lottare. Ha ragione. Stabilisco un elenco di step. Spedire cv, fare pacchi, chiamare questo e quello, con ordine. Punto primo: lunedì 24, Subsonica@Alcatraz, con la Socia, gradito pogo e numeri di telefono consolatori, che ancora un mese è lungo, da passare a Milano.


Di film visti, uscire dall’adolescenza, Britney ha sempre ragione, dell’astinenza come rimedio ai rompipalle, di come anche i rompipalle dicano qualcosa di furbo, almeno una volta nella vita.

Molti film in questi ultimi giorni. La sposa cadavere, ovviamente geniale; Trainspotting, rivisto dopo un sacco di tempo per la n-esima volta (credo di aver passato i tre burrascosi anni che vanno dai quattordici ai diciassette a vederlo una volta alla settimana, quando ero perdutamente innamorata di Sick Boy e Diane rappresentava tutto quello che una ragazza deve essere), e La classe, un film che mi è piaciuto quanto i dolori mestruali (quando uso queste similitudini mi rendo conto di quanto sia uterocentrico, e dunque isterico, questo periodo).

Amo bere Abbaye des Rocs. Amo.

Devo definitivamente uscire dall’adolescenza. Ho messo il cosiddetto carattere in così tante cose accadutemi nella mia breve esistenza che certe volte mi dimentico di metterle in altre, più visibili, osservabili. Uscire dall’adolescenza dunque sì, perchè prima o poi donne si diventa

scoprire a ventisei anni che tua madre è uno dei tuoi modelli

e sì sì, va bene, il problema può anche essere che I’m not a girl, not yet a woman (lo dicevo io, che è lei il Messia, altro che Obama).


Accadde oggi: su Hugh Grant, le mie analisi, Sarah Palin e il galà associativo.

Un vaghissimo senso di nervosismo oggi mi domina fin da poco dopo colazione con la Socia, unico momento positivo della giornata, viste le fosche previsioni su stasera.

Intanto, vedere About a boy mi ha fatto riflettere su quanto il Peggiore sia simile a Will (“E’ stato orribile. Orribile. Ma la corsa dietro all’ambulanza è stata fichissima!”). Carica di riflessioni negative sul mio futuro sentimentale, mi sono giulivamente recata a ritirare delle analisi fatte la settimana scorsa, quelle analisi stronze di routine, no? Le solite analisi blablabla, vero?

No! No! Quattro fogli pieni, ricoperti, invasi di asterischi incomprensibili che indicano il mio essere fuori dai valori consigliati su molteplici fronti delle mie urine nonchè del mio sangue, il che mi fa riflettere su come la situazione degli anfratti più reconditi del mio corpo e dei suoi liquami più disgustosi rispecchi esattamente quella del mio cervello (fuoco al primo che inizia col canonico “Eh, beh, mens sana..” e cose del genere. Il mio corpo non  mai stato sano, e andava benissimo così, finchè non mi vengono imposte restrizioni alimentari). Ovviamente tramite internet, nell’attesa di incontrare per la settantaduesima volta in un mese la mia dottoressa, mi sono già autodiagnostica. Il risultato è ovviamente che ho bisogno di un trapianto di reni. Adesso.

Come se non bastasse, quelli delle analisi si permettono di asteriscare anche i miei valori sul colesterolo. Dio mio, ho il colesterolo alto. Come mia nonna. Come mia nonna. E non certo come mia madre, che sventola periodicamente in faccia a tutta la famiglia analisi perfette, nonostante la dieta da ragazzino statunitense obeso associata al quotidiano pacchetto di Muratti. Ad un altro post la descrizione della delirante spesa fatta in pausa pranzo, visto che devo depennare dalla lista tutto quello che mangiavo prima, e cioè le uniche cose che so cucinare. Finirò a masticare cicoria in un angolo.

E stasera c’è l’odioso galà associativo, il cui unico divertimento consisteva nel mangiare e ubriacarsi coi colleghi, figuriamoci.

Meno male che ci sono le lacrime di Sarah Palin, a consolarmi.