A parte che non ne posso più di certi orrori che girano smutandate, ma comunque.
Cose accadute e che accadranno, nell’ordine: acquistato cellulare con annesso numero telefonico francese (cellulare tattile assolutamente chic che presto finirà giù dal terrazzo, viste le mie capacità tecnologiche), preso appuntamento per la ceretta domani mattina, preso appuntamento dal notaio lunedì prossimo per la firma che mi inchioderà al mutuo, innamoratami ancor di più nei quattro giorni londinesi, tormentatami perchè innamoratami ancor di più.
Per fortuna c’è il mare a darmi pace, il mare e la paura del futuro che però forse magari è avventura. Io, indipendentemente da tutti.
I disturbi gastrointestinali da nervosismo si sono sprecati, senza neppure donarmi la tanto agognata pancia piatta (sempre quella strana legge per la quale quando inizi a prendere la pillola, invece di guadagnare una taglia di seno ti cresce il culo), e insieme a loro le insonnie, resistenti ad ogni erba esistente in natura che si possa bere in infusione. A me, poi, che ho sempre dormito come un sasso, che anche dopo il peggiore attacco di panico, preso il medicamento e sparito l’acciacco, crollavo sul cuscino come un bebé, famosa in tutte le case in cui ho abitato perchè non sentivo le sveglie (e ci tengo a precisare questo plurale), fino a che il coinquilino della stanza accanto non si alzava incarognito a spegnermele e a svegliarmi.
Come volevasi dimostrare, ho abbandonato Infinite Jest. Geniale, labirintico, folle, affascinante ma…insopportabile. Non saprei come altro spiegare la sensazione che mi pervadeva nel leggerlo, un emisfero del mio sciocco cervello che si complimentava con DFW, l’altro che lo malediceva per l’eternità, un occhio alla pagina e uno all’infinito spessore della barzelletta infinita.
Leggo Nothomb e Nemirovsky in francese, e questa la dico solo per fare la figaradicalchic, e solo qui la posso dire, chè al borgo natìo di certe cose è meglio tacere.
Parto di casa con l’idea di un analcolico alla frutta come aperitivo, e poi immancabilmente ordino un rosso. Tralascio della sera in cui ho optato per il perroquet* (sempre per quell’altra legge, quella per cui a diciotto anni ne reggi sei, a ventisei passati il secondo scatena la punizione divina per la tua adolescenza etilica).
Ho trovato lavoro, e inizio martedì. E sono felice, ve l’avevo detto nel titolo, no?
*aperitivo tipico dell’estremo Ponente ligure, ereditato dalla vicina Cote, consistente in una parte di pastis, cioè anice a novecentomila gradi, e una di sciroppo alla menta, da allungare con acqua.
Mi duole ammetterlo, ma sono felice.
Faccio colloqui (allora il mio cv non è una immonda pagliacciata!), sono socievole, ho finalmente trovato il coraggio di iniziare Infinite Jest. Prendo l’aperitivo, bevo caffè, ho ricevuto in dono dalla Zia un paio di orecchini di perle, perchè devi cominciare a metterti un po’ da donna, eh. Sono andata a comprare un paio di pantaloni eleganti. Mioddio. Non vedo l’ora di avere di nuovo uno stipendio, perchè da quando ho deciso di mettere le mutande di latta dovrò pure in qualche modo sublimare la mancanza di maschi con qualche vizio. Non che prima, eh (nel senso: non che prima ci fossero frotte di rugbisti, non che prima non mi viziassi).
Ho visto Sette anime e Italians nel piccolo cinema del borgo natìo, e mi piace la dimensione Monopoli che in questo periodo ha preso la mia esistenza: abito in un posto dove in uno stesso colpo d’occhio puoi vedere il Municipio, la Piazza del Comune, il Bar Sport (il Bar Sport, capito? il Bar Sport!), la posta e quasi anche la Stazione. E tutto ciò mi protegge un sacco.
Basta solo che arrivi il primo stipendio, in modo da avere quel po’ di argent per scappare, ogni tanto, dai Giardini della Vittoria. E poi vabbè, sì, voglio una LV, che male c’è?
A Praga fa freddissimo e ti scendono le lacrime, quando cammini lungo la Moldava, ma mica è solo per quello, è perchè Praga è bellissima.
Praga la cammini, tutta, oppure prendi il tram 22 e ti fai da un capo all’altro della città e scendi dive ti piace quello che stai vedendo fuori dal finestrino. Praga è festeggiare l’ultima mezzanotte del maledetto 2008 in piazza e poi a ballare con la tua amica del cuore e una brigata di toscani conosciuti la sera prima sul ponte Carlo, è tornare in Italia e scoprire da un messaggio su Facebook (maledetto, ancora lui) che uno carino fra loro ti ha guardato un po’ di più, mentre tu ovviamente ne avevi addocchiato un altro, che ovviamente non piacerebbe a nessuno tranne che a te. Praga è affondare nella sciarpa col pon pon di pelliccia, ricordando quel compleanno in cui l’hai estratta insieme al suo fratello cappellino dal sacchetto di Furla, quel compleanno che ha dato inizio ai disastri, terminati solo con l’ultimo compleanno. Praga è arrivare stupite al Crowne Plaza Hotel, scoprire che esistono davvero i tipi in livrea e il bar col pianista e le colazioni faraoniche, mica stanno solo a Tempesta d’amore. Di conseguenza, è anche lasciare la mancia al tassista carino dell’albergo che ti riporta in aeroporto, così, tanto per fare un po’ la mademoiselle in giro per il globo. Praga è stata anche atterrare, per la prima volta, a Nice – Cote d’Azur, è vedere che qualcuno ti aspetta, oltre alle porte scorrevoli, per portarti a casa, mica alla solita Malpensa, dove ti caricavi da sola la tua valigia arancione e salivi mesta sullo shuttle, direzione Stazione Centrale.
[anche se tra quei qualcuno c'è qualcuno che ti fa ancora un po' male al cuore, e nemmeno capisci bene il perchè]
Tornare da Praga è stato tornare alla realtà, fra oroscopi di inizio anno che ti dicono che questa volta ce la farai, che l’influsso negativo è finito, che è l’anno di quelli come te, basta solo imparare a fare la spaccona. Stampare curricula, richiedere certificati, inviare carta, inviare mail, ridere.
Il borgo natìo potrebbe non essere più così ostile, forse.
Il libro delle vacanze natalizie è stato Le quattro casalinghe di Tokyo, Natsuo Kirino, quello della settimana Via Katalin, l’adorata Magda.
Bilancia (23 settembre – 22 ottobre)
I lettori di Table talk, un forum del giornale online Salon, sono stati invitati a descrivere la loro vita in sei parole. Uno ha scritto: “Senza soldi. Stipendio. Senza soldi. Stipendio”. Un altro invece ha detto: “Oh no, non un’altra volta”. Ma la frase su cui vorrei richiamare la tua attenzione è: “Non sono mai stato uno spaccone”. Sono convinto che anche tu, Bilancia, rimpianga di non aver mai imparato a fare lo spaccone. Ti annuncio che i prossimi mesi saranno il momento ideale per colmare questa lacuna. Anzi, sono quasi tentato di nominare il 2009 come l’Anno dello spaccone per tutte le Bilance. Se potessi farti un regalo simbolico, sarebbe un costume da supereroe firmato da un grande stilista. È arrivato Sballo Natale, Bilancia!
Rob, ti amerei lo stesso anche se tutto ciò non accadesse.
Detto ciò, oggi è stato l’ultimo giorno di ufficio. Ho mandato una mail ai miei colleghi, ho versato una lacrimuccia, spento il pc, la luce, chiuso la porta. Domenica ci sarà il pranzo di Natale, e poi, il treno.
Questa settimana è stata pienissima. Di lavoro, di saluti. Ma va bene. va bene perchè la signora M. mi ha scritto un “Auguri di cuore” sulla sua tastierina, quando le ho portato il pacco alimentare natalizio. E per lei è uno sforzo sovrumano, scrivere quelle tre parole, e allora quegli auguri sono i più preziosi, e sono scolpiti, marchiati a fuoco dentro di me. Va bene perchè ho ricevuto dei doni di Natale/addio dalle mie amiche pesati e pensati per me, e dei biglietti altrettanto belli. Va bene perchè i miei colleghi mi hanno regalato una sportina piena di belle cose, perchè ora possiedo quello che mi serve per truccarmi come Britney. Va bene perchè ho salutato Lui abbracciandolo forte, e questa volta sì, che ci siamo lasciati davvero. Va bene, perchè domenica sera fumerò una sigaretta guardando il lago di Garda con LaZia, e so che le devo stare accanto.
Va bene perchè è Natale, e a gennaio si vedrà, e ascolto gli Idlewild e faccio pensieri impuri sul mio coinquilino, che tanto fra 48 ore scappo.
Finisce qui il mio ponte per l’Immacolata, finisce con l’ultimo treno. Il prossimo Eurocity, le sue quattro, interminabili ore, saranno le ultime. E a quel punto sarà Natale.
Ho paura, molta paura. Paura delle difficoltà lavorative, ma neppure troppo. Paura della gente, ma neppure troppa. “Passa oltre, passa sopra” mi dice mia madre, senza alcuna volontà di citazione dantesca, ma come semplice prodotto della sua mente saggia e spocchiosa. Paura, tanta, della mentalità di questo posto, della bolla che sembra racchiuderlo, degli orizzonti che si restringono. Idem come sopra, è la risposta materna.
E poi, puoi sempre ripartire, sostiene il Pater.
Vorrei scrivere di più, e più spesso, su questo blog. Potrebbe aiutarmi a ripartire. Da me.
In queste notti mi sono rigirata fra le lenzuola più volte. Ho bevuto parecchie camomille, per poi addormentarmi di un sonno pesante ad orari improbabili che mi facevano risvegliare stanchissima, svogliata, la mattina successiva. Svogliata forse perchè ormai la consapevolezza che qui non è più me c’è, al punto che ne ho finalmente parlato in ufficio.
In questi giorni mi sono arrabbiata, perchè quando ho comunicato le mie decisioni al suddetto bureau sono state pronunciate frasi che non mi piacevano affatto. Quasi rafforzavano la mia voglia di andarmene. Ci vediamo martedì pomeriggio, riflettiamoci, discutiamone. Sì, certo. Come se non sapessi cosa mi aspetta: un discorso che esula totalmente da contenuti professionali e lavorativi per entrare nel mio personale. Un discorso che mira a farmi capire quanto mi stimiate, quanto mi vogliate qui. Un discorso che vuole incrinare ogni mia intima certezza, mettermi in crisi, farmi sentire odiosamente in colpa. Tutto questo, al posto di un semplice e gradito: “Cosa possiamo fare per farti rimanere, Vero?”. Un discorso che, ovviamente, non prevede alcuna migliorìa dal punto di vista economico o contrattuale.
In queste mattine ho fatto molte cose, anche mie. Ora ci sono dieci cartoni appiattiti, nuovi di zecca, appoggiati alla parete della mia stanza, fra le due finestre. Attendono lo scotch, e poi i miei libri, i vestiti, il corriere.
In queste sere ho pensato a quanto non voglia imboccare il sentiero dell’eterna adolescenza. A come certe volte mi sia sembrato di regredire, in quest’anno terribile. Qualche anno fa, a Capodanno, avevo eletto a motto del mio duemilaequalcosa il diventare adulta. E ci ero anche riuscita, per un certo periodo. Quando però tutto è crollato non si è potuto più. E proprio iersera ho pensato che basta, che è tempo. Tempo di scegliere, al bivio, fra il sentiero che porta a mia zia e quello che porta a mia madre.
[io, per me, avrei anche scelto, se fossi sicura di farcela. Sarò molto meno chic, ma sicuramente avrò più classe]
Il libro della settimana è Suite française, in lingua originale.