L'Ape e il Sogno

Il post all’improvviso.

Respiro, bevo, ballo e rido nel regno delle cose vane e superficiali, e certi giorni di riposo mi sembrano una boccata di ossigeno, un’iniezione di calma necessaria.

Oggi pomeriggio prenderò un aperitivo al Bar Sport, andrò in libreria a comprare una guida di Londra, la leggerò mettendomi lo smalto ai piedi e sarò felice. Aspetterò la telefonata notturna di qualcuno che torna a casa, qualcuno che mi ha detto cose belle.

Luglio e agosto saranno mesi di spensieratezza e riflessione insieme…settembre è alle porte, e bisogna prendere decisioni.


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Diventare una decerebrata si può

Lo so, lo so, non scrivo da un mese.

Tra le tante cose che ho smesso di fare, c’è anche questa. Il lavoro ha orari inconciliabili con la regolarotà, i miei tempi liberi sono occupati da incombenze quali la ceretta, fare la benzina al motorino, prendere un aperitivo.

Mi sono successe tante cose, ma in realtà poche. Sono uscita, mi sono sfidata, mi sono confrontata con realtà totalemnte estranee.

Un post ed un commento di una blogger mi hanno portata a scrivere nuovamente, perchè certe assonanze non possono non colpire. Siamo sopravvissute, siamo delle sopravvissute. Quando mi sento una principessa mi chiedo quando finirà questa sensazione, forse perchè la mia più lunga relazione, quella che mi ha marchiato un po’ (tanto) aveva in sè mille cose ma nulla di principesco. Nulla di…romantico, ora lo posso dire. E se il romanticismo esistesse veramente?

Alla fine mi prendo sempre, controvoglia ma mi prendo, e resto ad aspettare il giorno in cui il cuore si sbricilerà di nuovo, e intanto assaporo ogni cosa, con dentro l’ombra scura del presagio.

Siamo delle sopravvissute, e anche quando le cicatrici si riapriranno, o addirittura arriveranno nuovi tagli, sarò lì con l’ago in bocca e il filo alla mano per l’ennesima pezza. Quasi rido, pensando a come tutto questo non dovrebbe che dare gioia, ed invece per me è e sarà sempre sintomo di oscuri acadimenti. E a questo punto, non cambierà mai.

Vivere la vita appieno, per quanto si può, ma con una cassetta del pronto soccorso sempre alla mano. Impossibilità di felicità totale, ma va bene così, troverò nuove anestesie.


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Basta coi titoli, è il 241esimo, dice WordPress.

Sì, è vero, patiresti qualsiasi cosa piuttosto che provare quel la sensazione di respiro mozzato, di cuore preso a pugni che arriva quando a stare male sono loro. Quando questa mattina mi sono alzata, la mia caffettiera, quella piccina, quella con fantasia mucca pezzata, quella ridicola,non era pronta. E quest voleva dire una cosa sola, che la mamma non c’era.

Intanto sopporto la pioggia sull’Estremo Ponente e per colpa di qualcuna mi sono innamorata di Stieg Larsson e di Lisbeth Salander, e cerco di finire velocemente il libro del momento (Guance morbide, Natsuo Kirino) per avere diritto all’acquisto degli altri episodi. Intanto sopporto le avances del pasticciere diciannovenne, sostenendo dialoghi surreali del tipo: “Tu sei carina, io ti piaccio?”, ”Alex, tu hai 19 anni”, “Ma guarda che stavo con una di 28″, “Sì Alex, ma la cosa non mi tange”, “Ma guarda che mio padre ha incontrato mia madre quando lui aveva 18 anni e lei 30″, “…”. In fondo, significa che continuo a mantenere il mio appeal fresco e giovanile. Di conseguenza, comincio a temere che un trentenne a questa porta non busserà tanto facilmente. Ci sono giorni in cui invidio Anna Tatangelo.


Dove lavoro io adesso et alia

Dove lavoro io adesso è molto, ma molto profit, ma da Milano la regia mi dice che ormai è profit pure il mio precedente lavoro.

Dove lavoro io adesso il capo è bello e stronzo, l’assistente è lo specchio del servilismo coi potenti e della brutalità coi sottoposti, dove lavoro io l’ammontare mensile pro capite delle mance è di gran lunga maggiore dell’importo di una pensione di invalidità civile italiana.

Dove lavoro io lo so che è immorale, ma dove lavoro io dà da mangiare a trentacinquemila persone e ad una regione intera, e non si sputa sul, eccetera eccetera.

Ieri poi ho pianto per la prima volta dopo un sacco di tempo, perchè mio papà non stava bene, e l’ho visto per la prima volta fragilissimo, un bambolotto di carta, ed ero in macchina coi Depeche Mode (certo che pure io) e non ce l’ho fatta, ed è stata la prima volta della mia vita che piangevo per questa cosa, cioè per la salute paterna, è come se fosse stato uno sblocco, finalmente.

Continuo a leggere la Nemirovskij in francese, è il turno di David Golder, ma grandi novità attendono i nostri schermi.


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La solita sequela di pensieri assai stupidi.

Ho iniziato a lavorare da una settimana ed è così finito quel dolce periodo di disoccupazione, durato venti giorni, durante i quali avevo ripreso con successo la mia carriera di affermata spettatrice di orrori televisivi, da sempre contraltare assai degno alle mie letture.

[Ah beh, se lo dice Veronica, che legge l'elenco telefonico e dice "Bello!", disse un giorno un amico della vita milanese]

Il primo giorno di lavoro è stato massacrante, mi sono messa a piangere appena seduta in macchina, con la Mater che rincuorava guidando e la Zia che carezzava dal sedile dietro. Giorno dopo giorno le cose sono andate meglio, mio padre è andato in pensione e ha solennemente proclamato, col consueto aulico linguaggio: “Ti vengo a prendere io a mezzanotte, chè non ho un c***o da fare”. Babbino mio.

Per San Valentino ho lavorato, ed è stato un bene, anche perchè l’unico regalo ricevuto è stata una palette della nuova collezione Chanel dalla Zia, che me lo ha porto dicendo che visto che non hai un uomo…

Il mio cuore è chiuso, lo sento arido come non mai. Sono vanesia e superficiale, getto occhiate ai manzi circolanti in albergo, e nulla più. Non ho il coraggio di ammettere, di farmi avanti, desidero e temo al tempo stesso. Non so più da quanto un uomo non viene a prendermi sotto casa per portarmi fuori, non so da quanto non do un bacio, un bacio vero, un bacio bello.

La mia uniforme è molto elegante.


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La settimana in pillole [sono ancora felice, che si sappia, eh]

I disturbi gastrointestinali da nervosismo si sono sprecati, senza neppure donarmi la tanto agognata pancia piatta (sempre quella strana legge per la quale quando inizi a prendere la pillola, invece di guadagnare una taglia di seno ti cresce il culo), e insieme a loro le insonnie, resistenti ad ogni erba esistente in natura che si possa bere in infusione. A me, poi, che ho sempre dormito come un sasso, che anche dopo il peggiore attacco di panico, preso il medicamento e sparito l’acciacco, crollavo sul cuscino come un bebé, famosa in tutte le case in cui ho abitato perchè non sentivo le sveglie (e ci tengo a precisare questo plurale), fino a che il coinquilino della stanza accanto non si alzava incarognito a spegnermele e a svegliarmi.

Come volevasi dimostrare, ho abbandonato Infinite Jest. Geniale, labirintico, folle, affascinante ma…insopportabile. Non saprei come altro spiegare la sensazione che mi pervadeva nel leggerlo, un emisfero del mio sciocco cervello che si complimentava con DFW, l’altro che lo malediceva per l’eternità, un occhio alla pagina e uno all’infinito spessore della barzelletta infinita.

Leggo Nothomb e Nemirovsky in francese, e questa la dico solo per fare la figaradicalchic, e solo qui la posso dire, chè al borgo natìo di certe cose è meglio tacere.

Parto di casa con l’idea di un analcolico alla frutta come aperitivo, e poi immancabilmente ordino un rosso. Tralascio della sera in cui ho optato per il perroquet* (sempre per quell’altra legge, quella per cui a diciotto anni ne reggi sei, a ventisei passati il secondo scatena la punizione divina per la tua adolescenza etilica).

Ho trovato lavoro, e inizio martedì. E sono felice, ve l’avevo detto nel titolo, no?

*aperitivo tipico dell’estremo Ponente ligure, ereditato dalla vicina Cote, consistente in una parte di pastis, cioè anice a novecentomila gradi, e una  di sciroppo alla menta, da allungare con acqua.


Adesso mi capita che

Mi duole ammetterlo, ma sono felice.

Faccio colloqui (allora il mio cv non è una immonda pagliacciata!), sono socievole, ho finalmente trovato il coraggio di iniziare Infinite Jest. Prendo l’aperitivo, bevo caffè, ho ricevuto in dono dalla Zia un paio di orecchini di perle, perchè devi cominciare a metterti un po’ da donna, eh. Sono andata a comprare un paio di pantaloni eleganti. Mioddio. Non vedo l’ora di avere di nuovo uno stipendio, perchè da quando ho deciso di mettere le mutande di latta dovrò pure in qualche modo sublimare la mancanza di maschi con qualche vizio. Non che prima, eh (nel senso: non che prima ci fossero frotte di rugbisti, non che prima non mi viziassi).

Ho visto Sette anime e Italians nel piccolo cinema del borgo natìo, e mi piace la dimensione Monopoli che in questo periodo ha preso la mia esistenza: abito in un posto dove in uno stesso colpo d’occhio puoi vedere il Municipio, la Piazza del Comune, il Bar Sport (il Bar Sport, capito? il Bar Sport!), la posta e quasi anche la Stazione. E tutto ciò mi protegge un sacco.

Basta solo che arrivi il primo stipendio, in modo da avere quel po’ di argent per scappare, ogni tanto, dai Giardini della Vittoria. E poi vabbè, sì, voglio una LV, che male c’è?


Beh, è Natale.

Bello, bello, bellissimo.

Mi sono goduta la mia famiglia per ben 48 ore, e persino la tombolata, con la nonna in tensione manco fosse al Casinò di Monte Carlo, pronta a puntare la pensione, mi ha dato un senso di calore, di protezione.

Scatenarmi con le amiche poco dopo, salire scalza sul divanetto della discoteca, son cose che ci vogliono. Guardare la montagna di carta accanto a me, anche. Avere una nuova libreria nella mia stanza, orfana da sette anni della mia presenza, se non per sporadiche apparizioni, pure.

Lunedì mattina mi sono risvegliata in un albergo sul Garda, in un letto dalla testiera dorata, e ho fatto colazione con lo sguardo rivolto verso quella massa d’acqua avvolta dalla bruma del mattino presto e scossa solo da leggerissime onde. L’unica distrazione, cappuccino e muffin alla mano, è stato un indicibilmente fascinoso portiere. Ho passeggiato per le vie del centro fino a raggiungere la Zia, asciugarle qualche lacrima, perchè l’amore grande era proprio finito, e risalire con lei sul treno per casa, finalmente.

Fra quattro giorni decollerà un volo Nizza-Zurigo-Praga, e sarà il mio. Intanto, scrivo lettere di motivazione, che a gennaio saran cose nuove.

Ciò che desidero per il 2009 è che non sia come il 2008.


Vino, traslochi e caffè. E pioggia, neve, Grossman.

Sono già stanchissima, in questo mio ultimo weekend milanese che non è ancora finito. Ho perso il conto delle cose fatte, delle persone viste, e riesco ad essere felice di domenica.

Venerdì sera, con grande gaudio partecipai alla Girl Geek Dinner. La location (tanto per parlare easy chic, urban style, Milanofescion) era assai carina, abbiamo mangiato più che bene e i gadget sono stati molto apprezzati da me e dalla Socia. Soprattutto lo zainetto per pc, che mi permetterà di abbandonare la mia vecchia borsa segaspalle nelle tristi tinte del grigio topo. Un sentito ringraziamento, dunque, alle ottime organizzatrici che lavorano dietro a questi eventi.

E’ venuto il corriere, e non sapevo di possedere 190 chili di masserizie. Che poi dicendo masserizie non so perchè, ma mi sembra di aver spedito due quintali di pentole e strofinacci, e invece sono libri e scarpe, fondamentalmente, e non so quale dei due articoli mi spaventi di più, a possederlo in sì grande abbondanza.

Ho finito di leggere Grossman, Qualcuno con cui correre, e per due giorni non sono riuscita ad iniziare null’altro, perchè Assaf e Tamar mi avevano scavato il cuore.

Alla festa del Sacrificio di Abramo, presso il centro dei giovani mussulmani, con una collega speciale e altre ragazze, e non c’è niente da fare, Giovani Mussulmani 4 – Giovani Cristiani 0, chè tanto siam rimaste a bocca aperta dalla beltade (e non solo) di alcuni di loro. Ho respirato la ricchezza di questi incontri, e quello che possono costruire, chè io, nei pezzetti di puzzle, ci credo ancora.

Ho comprato regali piccoli, ma con amore, e un paio di scarponcini marroni per tenermi compagnia a Praga, ma anche nei prossimi sette giorni, con questa Milano di pioggia e neve che non sopporto francamente più. Sono pronta per la prossima settimana, e al carico emotivo che comporterà.

Sto per andare a vedere Come Dio comanda con la Socia (sempre lei), e stranamente non ho letto il libro, e non mi importa della critica e delle recensioni, io lo so che piangerò e sarò felice per questo, e mi piacerà. Non fosse che per la smodata passione nei confronti di Elio-fammitua-Germano. E su queste note vogliose, doverosamente chiudo.

E comunque sì, Elio, fammi tua davvero, eh. Quando vuoi, ti giuro.


Della paura

Finisce qui il mio ponte per l’Immacolata, finisce con l’ultimo treno. Il prossimo Eurocity, le sue quattro, interminabili ore, saranno le ultime. E a quel punto sarà Natale.

Ho paura, molta paura. Paura delle difficoltà lavorative, ma neppure troppo. Paura della gente, ma neppure troppa. “Passa oltre, passa sopra” mi dice mia madre, senza alcuna volontà di citazione dantesca, ma come semplice prodotto della sua mente saggia e spocchiosa. Paura, tanta, della mentalità di questo posto, della bolla che sembra racchiuderlo, degli orizzonti che si restringono. Idem come sopra, è la risposta materna.

E poi, puoi sempre ripartire, sostiene il Pater.

Vorrei scrivere di più, e più spesso, su questo blog. Potrebbe aiutarmi a ripartire. Da me.


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