L'Ape e il Sogno

London calling

Scrivo nella calma agostana, mentre gli internettari latitano un po’ e tutti partono, ed io dal mio pulpito di hotesse d’accueil guardo la gente viaggiare e divertirsi nel Principato dei balocchi.

Domani mattina io, la mia frangetta nuova ed Egli decolleremo verso i nostri tanto attesi quattro giorni a Londra, e quasi non lo dico finchè non atterro, chè la paura è tanta che.

C’è una cena per due che ci aspetta, c’è una città che ancora non abbiamo visto, c’è tanta stanchezza accumulata da scacciare, e qualche mia lacrima nervosa e lavorativa da dimenticare.

Io non so che succederà, ma sto assorbendo e mangiando ogni cosa, perchè non se ne vada più.

L’estate sta passando veloce, e all’albergo dell’orrore le stagioni sono tutte uguali, i giorni festivi pure, vivi in uand imensione parallela alla realtà e ai ritmi normali della vita altrui. Sono in perenne jet-lag, diciamo. Ma non importa, dopo il lavoro scendo al porto a bere il mio Mojito à la fraise e guardo un po’ lo zoccolame e sguazzo in conversazioni e gli stringo la mano tante cose scompaiono.


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Fin quando fa male, fin quando ce n’è, dice.

Prima che arrivi la sberla, raccolgo ricordi, che stanno appesi come i ciondoli del mio nuovo braccialetto, lo stesso visto in una vetrina di Mentone e ricevuto il giorno dopo, così, tanto per.

I pranzi conditi di rosè lungo le spiaggie della Costa Azzura, io che fra due mesi ci andrò ad abitare, e invece di pensare al mutuo impazzisco di gioia nell’immaginare piattitazzinetovagliettecazzate, o al fatto che il giardino è più grande della casa, o che mi sveglierò al mattino e cazzo, sarò in un posto dove tutti vorrebbero e che palle, life is beautiful.

Leggo lentamente, ho poco tempo e ho spesso sonno, sono pigra da quando sono arrivata qui, sono pigra e superficiale, l’unica cosa che è rimasta la stessa nella mia vita è una sana e sincera dedizione all’alcool, e difatti non vedo l’ora di prendere l’aperitivo, adesso, in quato giorno di riposo, e quante cose devono succedermi, e mi sento bella, sì, vaffanculo, proprio bella, soprattutto oggi, col mio vestitino e le ciabattine e gli occhialoni Chanel.

Mentre aspetto che le nuvole, come è ovvio, tornino, mangio con gusto tutto ciò che trovo. Leggo Larsson (quando finirò questa maledetta trilogia?), mi metto lo smalto, ascolto i Chemical Brothers perchè è estate e mi sento figa persino sulla Yaris, e quanto è bello fare l’amore.


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[Ci sono giorni in cui non puoi non amare Britney Spears]

Stamattina a me sembrava ci fosse la nebbia. Forse non è vero, ma a me pareva davvero che tutto fosse avvolto dalla foschia. E’ anche vero che non indossavo gli occhiali, ma mi sarei aspettata di sentire da un momento all’altro un ululato sinistro e qualche nitrito e Frau Buchler e blablabla. A quel punto, infilare le cuffie dell’I-pod e saltare a piè pari Radiohead e compagnia, dirigendo orgogliosamente il mio ditino verso Womanizer è stato un attimo.

Tutto questo perchè quando sei una quindicenne nirvaniana che si danna della propria giovine età che le ha fatto incontrare Kurt Cobain solo da morto, tu, Britney, la odi. La odi ferocemente, perchè quell’ Ops! I did it again è l’esatto opposto di Penniroyal Tea, perchè una biondina che canta Baby gimme one more time vestita da reginetta dell’high school non può che darti sui nervi, perchè tu, che vai al liceo coi maglionacci dalle maniche tormentate e scrivi frasi di morte su ogni superficie, anche non piana, ti capiti davanti e quando ti chiedono cosa vuoi fare da grande rispondi “Simone de Beauvoir”, una così no, non puoi tollerarla.

E poi ti ritrovi a ventisei anni, mentre vai a lavoro con maglioncino cache-coeur e stivaletti e borsa griffata, e dentro sei un inferno di indecisione, dubbi, tormenti e En in gocce, a camminare verso il tram ascoltando una che ha press’a poco la tua età, che fin da piccola è stata sfruttata da una madre oscena, la cui sorellina ha sgravato a sedici anni, che quando si è sposata lo ha fatto con un tamarro che le ha succhiato milioni di dollari, quando ha avuto due figli nel giro di due anni tutti a darle della cicciona, quando ha divorziato e ha ripreso ad uscire come amica si è trovata Paris Hilton, che quando si è drogata dalla disperazione tutto il mondo ha assistito impietosamente al suo trasporto in ambulanza. A quel punto tu Britney Spears la ami. Eccome se la ami.


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L’innocenza è chiudere gli occhi e poi.

Sono distratta in questo periodo. Pochi soldi e qualche vestitino nuovo, e il folle desiderio di possedere un paio di All Star rosso fuoco.

In barba allo sciopero globale totale, fuggo da Milano già domani sera e fino a lunedì, chè ho proprio bisogno di.

La settimana è iniziata già piena di stanchezza, dopo la manifestazione del weekend che mi ha vista su un furgone per tre giorni, per fortuna accompagnata da un valente volontario, ovviamente iperfidanzato e pure felicemente, tanto per frustrarmi ancora un po’. Otto ore dopo aver riconsegnato il suddetto mezzo di trasporto, l’autonoleggio mi ha chiamata per dirmi che era stata rinvenuta una riga. Prontamente è stata mandata in ufficio una fattura da seicentoeuripiùiva. Il contabile ormai mi chiama danno e le rassicurazioni di tutti non sono valse a tranquillizzarmi. Ed io a tutt’oggi non so dove possa essermi accasciata per combinare tutto ciò.

[La settimana] è proseguita poi in un vago scazzo misto a sonnolenza. Cammino per le vie di Milano cercando di fissare immagini e angoli e posti che amo e che forse mi mancheranno ma che non sopporto più. penso al post che probabilmente ci scriverò. Leggo Grossman, accendo candele di Muji, ascolto musica spazzatura per sopperire alla mancanza di televisione e alla mia rota da trash. Sono lenta più che mai. Vorrei innamorarmi ricambiata. O forse no, vorrei solo provare il brivido zoccoleggiante dell’adulazione.


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Ventisei anni e sentirli tutti. Ma proprio tutti.

La mia festa è stata alcolica e bellissima.

Il giorno del mio compleanno, 7 ottobre, è stato bellissimo.

I regali che ho ricevuto, i messaggi, le telefonate, le persone intorno a me, favolose. Il pranzo in Feltrinelli coi colleghi che adoro e ai quali sarà durissimo dire ciò che ho svelato proprio ieri sera, fra una birra e una sambuca. Le decisioni prese, l’incertezza, il pensare di avere davvero bisogno, dopo aver toccato il fondo, di un periodo sabbatico. Il coraggio di cambiare completamente, la paura.

Ringraziare il cielo di avermi donato tanti preziosi incontri, tante persone così speciali inviate sulla mia strada, a farne un pezzetto con me, in questi anni. Persone che cammineranno lontane fra poco, ma sempre lo stesso cielo.

Per ognuno di loro, un pezzetto di me. Ed a me il cuore pieno di loro.


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Quante mille cose.

In partenza per Torino, per la festa di laurea della Compagna Campagna. Ceretta fatta, accordi presi per il puntello a Porta Nuova con la delegazione del Borgo Natìo in missione festaspacco nella metropoli sabauda.

Il papà di Giovanna è un film meraviglioso. Le lacrime mia hanno presa in più punti, pensando che…ecco, fatte le debite differenze, anche il mio di papà certe volte è così. Il papà che mi ha sempre spronato a combattere, a far bene, a dare tutta me stessa nelle cose che faccio, a non arrendermi mai è lo stesso papà che parla di me ancora come di una bambina sensibile, come una bambina che si può far male, molto male, con un guscio più fragile di quello degli altri.

A parte le notazioni personal-familiari, Silvio Orlando magnifico come sempre, la Rochwacher (non ho tempo di controllare se lo spelling sia esatto) ormai attrice adulta, favolosa. Il film piacerà molto ad una certa Socia, visto che una certa attrice muore dopo tre fotogrammi e tre battute. Ma tant’è, serviva una belloccia.

Dopo sette anni di permanenza a Milano, ieri sono entrata in Duomo. Sì, esatto, per la prima volta. Quando una cosa ti sta così prepotentemente davanti agli occhi pensi sempre che sì, prima o poi la farai, figurati se non trovi il tempo. In questo modo sono passati i mesi, da quel settembre 2001 così tragico e sconvolgente in cui io sono scesa dal predellino di un interregionale nella gigantesca Centrale. Inutile dirlo, il Duomo è bello da togliere il fiato. Ed è ancor più bello quando senti che oggi è il giorno giusto per andarci, finalmente, chissà come mai, il venerdì finisci sempre un po’ prima in ufficio. Ma oggi è il giorno, non sai perchè. Finchè non c’è un segno, e tu capisci. Ma queste cose non si raccontano a nessuno.

Chiudo la valigia, salto sul tram.


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Di un weekend all’insegna dell’aggratis e della condivisione* e del vip all’improvviso

Cominciamo col dire che negli ultimi due giorni sono riuscita a vedere due concerti di non poco pregio aggratis. Se poi continuamo pensando che questo lunedì non sembra così tanto lunedì, che la mia migliore amica si laurea oggi, facendomi prospettare un weekend a Torino, il prossimo, per la festa, e che in borsa mi aspetta un Grossman favoloso, direi che posso sostituire finalmente la parola “Mestizia” che campeggia da settimane in testa al mio Msn.

Sabato sera, Afterhours@ParcoSempione con la Socia e una combriccola deliziosamente al femminile, fra cui nuove e gradite conoscenze. Peccato solo per la furbizia degli addetti al parco stesso, che, indipendentemente dall’evento che si svolge all’interno, chiudono i cancelli all’orario prestabilito, costringendo branchi di persone infreddolite a vagare per i cespugli alla ricerca dell’unica via d’uscita rimasta.

Ieri sera, invece, impresa: vestitino H&M 29,90 Euro, taxi per tornare a casa 10 Euro, imbucarsi ad una festa con la tua Socia e veder sbucare i Blonde Redhead sul palco (aggratis) mentre (sempre aggratis) sorseggi Moet&Chandon Rosé non ha prezzo.

Ora posso tornare alla mestizia infrasettimanale con gioia.

*della condivisione del titolo non c’è da spiegare. La Socia ha compreso.


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Invidia per una spotless mind.

Cammino per strada ogni mattina, prendo i miei autobus, leggo Etty Hillesum sulla 49 e me ne delizio, ho la testa piena di pensieri e poi, arrivata qui, guardo intontita il foglio bianco sullo schermo. Tutti questi pensieri se ne fuggono durante la notte, o mentre viaggio sui mezzi pubblici milanesi, o mentre sbrigo tutte le faccende d’ufficio. Mi perdo e non so esprimere come dovrei tutto ciò che mi sta succedendo, o, forse, i fili ingarbugliati che mi ritrovo per neuroni in questo momento non sanno proprio che pesci pigliare.

E dunque, cosa è successo realmente, oggettivamente, in questi giorni? Il solito ex che ci riprova, come del resto fa ogni tre mesi da due anni a questa parte. La dolorosa decisione (mia, e silenziosa come tutte le mie decisioni) di allontanarmi in punta di piedi da una persona, dalla Persona, perchè forse è giunto il tempo di lasciarci davvero. Un amico conosciuto a Edimburgo che passa a Milano a salutarti, e ti annoia un po’, e non lo capisci mica, con tutte quelle moine, che vorrà mai. Etty Hillesum che mi piace e Grossman che mi aspetta. Vedere The eternal sunshine of a spotless mind con la Socia, volerlo già rivedere, innamorarsi di Joel, discutere sul finale, chè tanto ho ragione io. Prendersela con gli uomini, e quanto sono stupidi, e quanto il criptofrocismo sia un morbo dilagante. Parlare con l’amica del mare, parlare con quella di sempre, progettare la fuga, avere paura di tutta questa libertà di scelta. Avere le vertigini perchè… libertà è paura, ne sono certa. Aprire il frigo e trovarci il sugo della nonna. I colleghi che li amo, non c’è niente da fare.


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Il primo giorno di scuola

Questa mattina ho visto per strada i primi pupetti in grembiule. I miei, di grembiulini, erano sempre molto graziosi e stirati e inamidati alla perfezione da mia nonna.

Io in vacanza a giugno, alle elementari, proprio non ci volevo andare. Perchè davvero a sette anni nulla mi sembrava più bello dell’andare a scuola. Già a dieci avevo drasticamente cambiato idea, stanca di una maestra (unica! …ma non era questo di certo il dramma!) manesca, ignorante e pure un po’ rincoglionita. Per non parlare poi dell’agghiacciante periodo delle medie. Tre sinistrissimi anni di sconforto. A sei anni il mio compagno di banco era colui che oggi, da mesi, stritola il cuore della mia migliore amica (non esente da colpe, eh). A undici, invece, conoscevo la Socia. Al liceo, superati i due infernali anni di ginnasio, conoscevo le amiche di sempre.

Le mie tre scuole, al borgo natìo, stanno nel raggio di trecento metri. Oggi, a trecento chilometri di distanza, nella città in cui ho studiato e in cui oggi lavoro, oggi, che alle otto e un quarto ho chiamato la nonna per farle gli auguri per il suo sessantanovesimo (sì, quando mi stirava i grembiulini era una nonna appena cinquantenne!), oggi vorrei incontrarle ogni mattina, lungo la strada. Oggi forse è uno di quei giorni in cui sarà difficile mantenere il silenzio stampa spergiurato con tutti sulla Decisione.

Per fortuna, sto leggendo Acque morte, di Maugham. Consolazione.


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Coming back [per la serie: titoli scontati tipici di settembre e gennaio]

Edimburgo dallo Scott’s Monument.

Sono a Milano…arrivata ieri sera, primo giorno d’ufficio dopo innumerevoli pianti. Non volevo tornare, non voglio stare qui, non voglio più tutto questo. Ho provato troppe sensazioni in queste settimane, ed io devo starci attenta, con questi sovraccarichi.


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