Ho iniziato a lavorare da una settimana ed è così finito quel dolce periodo di disoccupazione, durato venti giorni, durante i quali avevo ripreso con successo la mia carriera di affermata spettatrice di orrori televisivi, da sempre contraltare assai degno alle mie letture.
[Ah beh, se lo dice Veronica, che legge l'elenco telefonico e dice "Bello!", disse un giorno un amico della vita milanese]
Il primo giorno di lavoro è stato massacrante, mi sono messa a piangere appena seduta in macchina, con la Mater che rincuorava guidando e la Zia che carezzava dal sedile dietro. Giorno dopo giorno le cose sono andate meglio, mio padre è andato in pensione e ha solennemente proclamato, col consueto aulico linguaggio: “Ti vengo a prendere io a mezzanotte, chè non ho un c***o da fare”. Babbino mio.
Per San Valentino ho lavorato, ed è stato un bene, anche perchè l’unico regalo ricevuto è stata una palette della nuova collezione Chanel dalla Zia, che me lo ha porto dicendo che visto che non hai un uomo…
Il mio cuore è chiuso, lo sento arido come non mai. Sono vanesia e superficiale, getto occhiate ai manzi circolanti in albergo, e nulla più. Non ho il coraggio di ammettere, di farmi avanti, desidero e temo al tempo stesso. Non so più da quanto un uomo non viene a prendermi sotto casa per portarmi fuori, non so da quanto non do un bacio, un bacio vero, un bacio bello.
La mia uniforme è molto elegante.
I disturbi gastrointestinali da nervosismo si sono sprecati, senza neppure donarmi la tanto agognata pancia piatta (sempre quella strana legge per la quale quando inizi a prendere la pillola, invece di guadagnare una taglia di seno ti cresce il culo), e insieme a loro le insonnie, resistenti ad ogni erba esistente in natura che si possa bere in infusione. A me, poi, che ho sempre dormito come un sasso, che anche dopo il peggiore attacco di panico, preso il medicamento e sparito l’acciacco, crollavo sul cuscino come un bebé, famosa in tutte le case in cui ho abitato perchè non sentivo le sveglie (e ci tengo a precisare questo plurale), fino a che il coinquilino della stanza accanto non si alzava incarognito a spegnermele e a svegliarmi.
Come volevasi dimostrare, ho abbandonato Infinite Jest. Geniale, labirintico, folle, affascinante ma…insopportabile. Non saprei come altro spiegare la sensazione che mi pervadeva nel leggerlo, un emisfero del mio sciocco cervello che si complimentava con DFW, l’altro che lo malediceva per l’eternità, un occhio alla pagina e uno all’infinito spessore della barzelletta infinita.
Leggo Nothomb e Nemirovsky in francese, e questa la dico solo per fare la figaradicalchic, e solo qui la posso dire, chè al borgo natìo di certe cose è meglio tacere.
Parto di casa con l’idea di un analcolico alla frutta come aperitivo, e poi immancabilmente ordino un rosso. Tralascio della sera in cui ho optato per il perroquet* (sempre per quell’altra legge, quella per cui a diciotto anni ne reggi sei, a ventisei passati il secondo scatena la punizione divina per la tua adolescenza etilica).
Ho trovato lavoro, e inizio martedì. E sono felice, ve l’avevo detto nel titolo, no?
*aperitivo tipico dell’estremo Ponente ligure, ereditato dalla vicina Cote, consistente in una parte di pastis, cioè anice a novecentomila gradi, e una di sciroppo alla menta, da allungare con acqua.
Mi duole ammetterlo, ma sono felice.
Faccio colloqui (allora il mio cv non è una immonda pagliacciata!), sono socievole, ho finalmente trovato il coraggio di iniziare Infinite Jest. Prendo l’aperitivo, bevo caffè, ho ricevuto in dono dalla Zia un paio di orecchini di perle, perchè devi cominciare a metterti un po’ da donna, eh. Sono andata a comprare un paio di pantaloni eleganti. Mioddio. Non vedo l’ora di avere di nuovo uno stipendio, perchè da quando ho deciso di mettere le mutande di latta dovrò pure in qualche modo sublimare la mancanza di maschi con qualche vizio. Non che prima, eh (nel senso: non che prima ci fossero frotte di rugbisti, non che prima non mi viziassi).
Ho visto Sette anime e Italians nel piccolo cinema del borgo natìo, e mi piace la dimensione Monopoli che in questo periodo ha preso la mia esistenza: abito in un posto dove in uno stesso colpo d’occhio puoi vedere il Municipio, la Piazza del Comune, il Bar Sport (il Bar Sport, capito? il Bar Sport!), la posta e quasi anche la Stazione. E tutto ciò mi protegge un sacco.
Basta solo che arrivi il primo stipendio, in modo da avere quel po’ di argent per scappare, ogni tanto, dai Giardini della Vittoria. E poi vabbè, sì, voglio una LV, che male c’è?
A Praga fa freddissimo e ti scendono le lacrime, quando cammini lungo la Moldava, ma mica è solo per quello, è perchè Praga è bellissima.
Praga la cammini, tutta, oppure prendi il tram 22 e ti fai da un capo all’altro della città e scendi dive ti piace quello che stai vedendo fuori dal finestrino. Praga è festeggiare l’ultima mezzanotte del maledetto 2008 in piazza e poi a ballare con la tua amica del cuore e una brigata di toscani conosciuti la sera prima sul ponte Carlo, è tornare in Italia e scoprire da un messaggio su Facebook (maledetto, ancora lui) che uno carino fra loro ti ha guardato un po’ di più, mentre tu ovviamente ne avevi addocchiato un altro, che ovviamente non piacerebbe a nessuno tranne che a te. Praga è affondare nella sciarpa col pon pon di pelliccia, ricordando quel compleanno in cui l’hai estratta insieme al suo fratello cappellino dal sacchetto di Furla, quel compleanno che ha dato inizio ai disastri, terminati solo con l’ultimo compleanno. Praga è arrivare stupite al Crowne Plaza Hotel, scoprire che esistono davvero i tipi in livrea e il bar col pianista e le colazioni faraoniche, mica stanno solo a Tempesta d’amore. Di conseguenza, è anche lasciare la mancia al tassista carino dell’albergo che ti riporta in aeroporto, così, tanto per fare un po’ la mademoiselle in giro per il globo. Praga è stata anche atterrare, per la prima volta, a Nice – Cote d’Azur, è vedere che qualcuno ti aspetta, oltre alle porte scorrevoli, per portarti a casa, mica alla solita Malpensa, dove ti caricavi da sola la tua valigia arancione e salivi mesta sullo shuttle, direzione Stazione Centrale.
[anche se tra quei qualcuno c'è qualcuno che ti fa ancora un po' male al cuore, e nemmeno capisci bene il perchè]
Tornare da Praga è stato tornare alla realtà, fra oroscopi di inizio anno che ti dicono che questa volta ce la farai, che l’influsso negativo è finito, che è l’anno di quelli come te, basta solo imparare a fare la spaccona. Stampare curricula, richiedere certificati, inviare carta, inviare mail, ridere.
Il borgo natìo potrebbe non essere più così ostile, forse.
Il libro delle vacanze natalizie è stato Le quattro casalinghe di Tokyo, Natsuo Kirino, quello della settimana Via Katalin, l’adorata Magda.
Bello, bello, bellissimo.
Mi sono goduta la mia famiglia per ben 48 ore, e persino la tombolata, con la nonna in tensione manco fosse al Casinò di Monte Carlo, pronta a puntare la pensione, mi ha dato un senso di calore, di protezione.
Scatenarmi con le amiche poco dopo, salire scalza sul divanetto della discoteca, son cose che ci vogliono. Guardare la montagna di carta accanto a me, anche. Avere una nuova libreria nella mia stanza, orfana da sette anni della mia presenza, se non per sporadiche apparizioni, pure.
Lunedì mattina mi sono risvegliata in un albergo sul Garda, in un letto dalla testiera dorata, e ho fatto colazione con lo sguardo rivolto verso quella massa d’acqua avvolta dalla bruma del mattino presto e scossa solo da leggerissime onde. L’unica distrazione, cappuccino e muffin alla mano, è stato un indicibilmente fascinoso portiere. Ho passeggiato per le vie del centro fino a raggiungere la Zia, asciugarle qualche lacrima, perchè l’amore grande era proprio finito, e risalire con lei sul treno per casa, finalmente.
Fra quattro giorni decollerà un volo Nizza-Zurigo-Praga, e sarà il mio. Intanto, scrivo lettere di motivazione, che a gennaio saran cose nuove.
Ciò che desidero per il 2009 è che non sia come il 2008.
Bilancia (23 settembre – 22 ottobre)
I lettori di Table talk, un forum del giornale online Salon, sono stati invitati a descrivere la loro vita in sei parole. Uno ha scritto: “Senza soldi. Stipendio. Senza soldi. Stipendio”. Un altro invece ha detto: “Oh no, non un’altra volta”. Ma la frase su cui vorrei richiamare la tua attenzione è: “Non sono mai stato uno spaccone”. Sono convinto che anche tu, Bilancia, rimpianga di non aver mai imparato a fare lo spaccone. Ti annuncio che i prossimi mesi saranno il momento ideale per colmare questa lacuna. Anzi, sono quasi tentato di nominare il 2009 come l’Anno dello spaccone per tutte le Bilance. Se potessi farti un regalo simbolico, sarebbe un costume da supereroe firmato da un grande stilista. È arrivato Sballo Natale, Bilancia!
Rob, ti amerei lo stesso anche se tutto ciò non accadesse.
Detto ciò, oggi è stato l’ultimo giorno di ufficio. Ho mandato una mail ai miei colleghi, ho versato una lacrimuccia, spento il pc, la luce, chiuso la porta. Domenica ci sarà il pranzo di Natale, e poi, il treno.
Questa settimana è stata pienissima. Di lavoro, di saluti. Ma va bene. va bene perchè la signora M. mi ha scritto un “Auguri di cuore” sulla sua tastierina, quando le ho portato il pacco alimentare natalizio. E per lei è uno sforzo sovrumano, scrivere quelle tre parole, e allora quegli auguri sono i più preziosi, e sono scolpiti, marchiati a fuoco dentro di me. Va bene perchè ho ricevuto dei doni di Natale/addio dalle mie amiche pesati e pensati per me, e dei biglietti altrettanto belli. Va bene perchè i miei colleghi mi hanno regalato una sportina piena di belle cose, perchè ora possiedo quello che mi serve per truccarmi come Britney. Va bene perchè ho salutato Lui abbracciandolo forte, e questa volta sì, che ci siamo lasciati davvero. Va bene, perchè domenica sera fumerò una sigaretta guardando il lago di Garda con LaZia, e so che le devo stare accanto.
Va bene perchè è Natale, e a gennaio si vedrà, e ascolto gli Idlewild e faccio pensieri impuri sul mio coinquilino, che tanto fra 48 ore scappo.
Sono già stanchissima, in questo mio ultimo weekend milanese che non è ancora finito. Ho perso il conto delle cose fatte, delle persone viste, e riesco ad essere felice di domenica.
Venerdì sera, con grande gaudio partecipai alla Girl Geek Dinner. La location (tanto per parlare easy chic, urban style, Milanofescion) era assai carina, abbiamo mangiato più che bene e i gadget sono stati molto apprezzati da me e dalla Socia. Soprattutto lo zainetto per pc, che mi permetterà di abbandonare la mia vecchia borsa segaspalle nelle tristi tinte del grigio topo. Un sentito ringraziamento, dunque, alle ottime organizzatrici che lavorano dietro a questi eventi.
E’ venuto il corriere, e non sapevo di possedere 190 chili di masserizie. Che poi dicendo masserizie non so perchè, ma mi sembra di aver spedito due quintali di pentole e strofinacci, e invece sono libri e scarpe, fondamentalmente, e non so quale dei due articoli mi spaventi di più, a possederlo in sì grande abbondanza.
Ho finito di leggere Grossman, Qualcuno con cui correre, e per due giorni non sono riuscita ad iniziare null’altro, perchè Assaf e Tamar mi avevano scavato il cuore.
Alla festa del Sacrificio di Abramo, presso il centro dei giovani mussulmani, con una collega speciale e altre ragazze, e non c’è niente da fare, Giovani Mussulmani 4 – Giovani Cristiani 0, chè tanto siam rimaste a bocca aperta dalla beltade (e non solo) di alcuni di loro. Ho respirato la ricchezza di questi incontri, e quello che possono costruire, chè io, nei pezzetti di puzzle, ci credo ancora.
Ho comprato regali piccoli, ma con amore, e un paio di scarponcini marroni per tenermi compagnia a Praga, ma anche nei prossimi sette giorni, con questa Milano di pioggia e neve che non sopporto francamente più. Sono pronta per la prossima settimana, e al carico emotivo che comporterà.
Sto per andare a vedere Come Dio comanda con la Socia (sempre lei), e stranamente non ho letto il libro, e non mi importa della critica e delle recensioni, io lo so che piangerò e sarò felice per questo, e mi piacerà. Non fosse che per la smodata passione nei confronti di Elio-fammitua-Germano. E su queste note vogliose, doverosamente chiudo.
E comunque sì, Elio, fammi tua davvero, eh. Quando vuoi, ti giuro.
Finisce qui il mio ponte per l’Immacolata, finisce con l’ultimo treno. Il prossimo Eurocity, le sue quattro, interminabili ore, saranno le ultime. E a quel punto sarà Natale.
Ho paura, molta paura. Paura delle difficoltà lavorative, ma neppure troppo. Paura della gente, ma neppure troppa. “Passa oltre, passa sopra” mi dice mia madre, senza alcuna volontà di citazione dantesca, ma come semplice prodotto della sua mente saggia e spocchiosa. Paura, tanta, della mentalità di questo posto, della bolla che sembra racchiuderlo, degli orizzonti che si restringono. Idem come sopra, è la risposta materna.
E poi, puoi sempre ripartire, sostiene il Pater.
Vorrei scrivere di più, e più spesso, su questo blog. Potrebbe aiutarmi a ripartire. Da me.
Dentro i miei vuoti puoi nasconderti,
Le tue paure addormentale con me.
…ovvero di cuore spaccato, metaforicamente e fisicamente, di un’ora e mezza di salti e tamarria, di risate e foto folli. Di Samuel che è sempre Samuel, di Boosta e di quanto è bello, di Max l’addetto ai congiuntivi e ai discorsi seri, del Ninja, il mio Ninja, che alla fine scatta una foto al pubblico, ringrazia e se ne va, mentre a me sale un brivido voglioso per la schiena. Chè quelli magrolini con gli occhiali a me fanno sempre un certo effetto, soprattutto se indossano il collo alto. Chè sì, vorrei proprio addormentarmi dentro qualcuno, a volte.
La Socia non poteva scegliere per me regalo più bello, Lidal ci ha fatto compagnia e edotte su alcuni dei misteri del pre-concerto. Perchè è il mio ultimo concerto da domiciliata nella Metropoli, perchè siamo tutte ancora Auroresogna, perchè
Le stesse facce che ogni giorno fanno male
Le stesse voci recitanti giudicare
Posa l’orecchio sul bicchiere e sente il mare
Ma non il suono della musica che piace a lei
La solitudine che indossa è più normale
Di una prudente saggia e isterica morale
Aurora sogna e nei suoi sogni sa cercare
Senza paura un’esclusiva felicità
Sudate e morenti abbiamo recuperato sciarpeguanticappotti in una ressa peggiore a quella del concerto stesso, maledicendo l’inciviltà italiana (“Ai Radiohead certe cose…”; “E nemmeno ai Coldplay” rispondeva la Socia, ma tant’è, quelli si chiamano inglesi mica per niente), per poi aspettare il taxi che ci ha riportate a casa a mezzanotte, come Cenerentole, pronte ad una doccia bollente, ovviamente con le nostre spillette, immancabile feticcio, in borsa.
Poche cose danno più godimento di un concerto. Forse solo due. O forse solo una, perchè mentre bevendo camomilla cercavo di concentrarmi su Suite Française, nella mia testa c’erano ancora cassa dritta, e colpi di pistola, e nuove ossessioni e quel dispositivo umano definito amore.
Bilancia (23 settembre – 22 ottobre)
Rifletti per un minuto sulle persone che non ti vedono per come sei veramente. Tra loro non ci sono solo i tuoi nemici, ma anche degli alleati e delle persone che ami. Forse hai inconsciamente accettato il loro giudizio o sei rimasto intrappolato nell’opinione che hanno di te. Prova a pensare quanto sarebbe bello liberarti dalle idee e dalle aspettative degli altri. Immagina la soddisfazione di dover rendere conto solo alla tranquilla, piccola voce della tua lucida intuizione. Le prossime settimane saranno un ottimo momento per praticare questa forma d’arte superiore.
Ecco, forse intrappolata. Ma forse, eh. Meno male che domani esce quello della settimana prossima.
Negli ultimi giorni mi è accaduto di: parlare per la seconda volta col mio responsabile in ufficio, e prendere un terzo appuntamento; sentirmi dire “per andartene via di qui devi piantarmi un paletto di frassino nel cuore” (peccato che a me queste cose accadano solo sul lavoro); incazzarmi seimila volte ripensando poi, in tram, al succitato discorso; piangere perchè sono brutta (mi sa che la via d’uscita dall’adolescenza è un tantino lunghetta, eh? Cretina!); farmi venire i brufoli a causa della dieta sana che sto seguendo, visto che sono in astinenza piena da trigliceridi da due settimane; eliminare il Peggiore, o meglio, fare in modo che si autoeliminasse (consigli per l’uso: il “non te la do” funziona ancora); eliminare la frangetta.
Sono sola, e libera, ed è passato molto, molto tempo da quando ho fatto davvero l’amore l’ultima volta. Non sono affamata di un uomo. Non manca un uomo nelle mie giornate. Io sono affamata di abbracci.
Anni di lotte e di convincimenti e di SdBeau, anni a nascondere un certo maschilismo intrinseco per poi scoprire che, cazzo, voglio un uomo che mi protegga. Opporcaputtana.
Il mio caschetto frangettato a poco a poco sta dando forfait. Ho comprato tante mollettine, per tenere la fronte scoperta.
Mio padre consiglia, a questa sua figlia in pena, che lui vorrebbe tirare giù, sulla terra, di ragionare per obbiettivi. Uno dopo l’altro, depennare, depennare e lottare. Ha ragione. Stabilisco un elenco di step. Spedire cv, fare pacchi, chiamare questo e quello, con ordine. Punto primo: lunedì 24, Subsonica@Alcatraz, con la Socia, gradito pogo e numeri di telefono consolatori, che ancora un mese è lungo, da passare a Milano.